Chiedo scusa preventivamente se ho deciso di usare il mio blog per un tema molto banale e frivolo. E anticipo che so benissimo che ci sono 4 milioni di disoccupati e altrettanti che non arrivano alla fine del mese. Ma, come disse Pertini a un giornalista dopo la festa per la vittoria del mondiale del 1982, ci occupiamo di questo tutti i giorni della settimana, oggi ci prendiamo una pausa. Il fatto è che sono rimasto colpito da un articolo molto bello apparso sull’ultimo Venerdì di Repubblica, in cui Vittorio Zucconi rievoca con nostalgia la sua storia di tifoso milanista e confessa con amarezza di non poterlo più essere. L’avvento di Barbara Berlusconi al vertice della gloriosa società è troppo anche per chi è riuscito a sopportare Blisset e Calloni, Giussy Farina e il gruppo di dirigenti che ci trascinò in serie B, per chi ha dovuto vivere in maniera “bipolare” le vittorie dell’era berlusconiana e la strumentalizzazione dei campioni più amati – Sacchi, Maldini, Baresi -, delle bandiere e dei vari simboli rossoneri per le più orrende iniziative elettorali.

Forse io pecco di eccessivo ottimismo, ma mi sembra che, su quest’ultimo versante, quello della strumentalizzazione politica, il peggio sia passato. Anch’io ho sofferto molto, arrivando a un passo dall’abiura. Ma accadeva qualche anno fa ai tempi del berlusconismo dominante la scena politica italiana, quando egli protervamente si vantava di essere uomo di parola perché aveva promesso di eliminare i comunisti e li aveva cacciati dal Parlamento, di aver promesso l’acquisto di Ronaldinho e, infatti, Ronaldinho giocava nel Milan. E nessuno che osasse obiettare che sì, era vero ma a cosa era servito l’acquisto di Ronaldinho con cui il Milan non aveva mai vinto nulla? Insomma mi sembrava che trattasse i milanisti come trattava gli altri italiani, rifilandogli un sacco di balle. E questo era troppo anche per me.

Ma ora che il quadro politico è cambiato (certo, lo scrivo toccando ferro e tutto quanto può servire), sarei più sereno. Lo dico anche a Zucconi. L’avvento ai vertici rossoneri di Barbara (che ha già combinato i suoi guai un paio di anni fa con il mancato scambio Pato-Tevez) più che all’area pericolosa della compromissione politica appartiene al pittoresco, che si trova  nella linea dei presidenti pasticcioni alla Buticchi o alla Farina, dunque nella nostra tradizione. Insomma, “milanisti, cacciaviti, popol mio” (uso la formula con cui Brera ci chiamò a raccolta in uno dei momenti più tristi della nostra storia, dopo la sconfitta, anzi dopo la polpetta avvelenata di Verona 1973) ne abbiamo viste tante, vedremo anche questa. E continueremo a essere certi di una cosa: che, parafrasando Benedetto Croce, il quale si occupava di cose più importanti (senza peraltro capirci molto), in fondo, non possiamo non dirci milanisti.