La rabbia è quella  malattia infettiva che colpisce alcuni animali (p.e. cani, gatti) e che può essere trasmessa all’uomo con il morso; provoca gravi danni del sistema nervoso e può rivelarsi letale. Chissà che poi mordendosi più o meno metaforicamente tra di loro gli uomini non possano passarsela l’un l’altro, rischiando d’infettare l’intera collettività.

Guardando il movimento dei forconi, questa rabbia che contagia le categorie più diverse, passando l’infezione come si trattasse di un testimone rivoluzionario, come fosse un elisir volto a risvegliare le coscienze, un po’ m’inquieta. Il bacino della rabbia è vasto e accogliente, ed in un tempo in cui le persone sentono di non trovare più spazio in alcun contenitore, non resta loro che ripiegare in quella terra di nessuno, molto caotica e poco definita, che è l’incazzatura selvaggia verso tutto e tutti.

I Forconi, o Movimento del 9 Dicembre se si preferisce, è un potpourri di umanità emarginata e delusa dalle istituzioni, profondamente eterogenea, al punto da contenere in sé branche di tifosi esagitati, frange di movimenti estremisti riciclati che affiancano invece lavoratori estenuati da una burocrazia degna di Giochi senza Frontiere, cassaintegrati terrorizzati di conoscere il loro destino, immigrati che reclamano un’esistenza degna di questo nome nel paese al quale prestano il loro operato, studenti esasperati dall’assenza di prospettive e via dicendo. L’assoluta assenza di risposte davanti all’emorragia sociale alla quale sta assistendo rende ai loro occhi la politica il nemico principale, e questo è ben lungi dall’allarmarmi. Anzi, per quanto la violenza millantata dai più invasati mi lasci parecchio perplessa, non è in essa che vedo il reale pericolo.

José Saramago, uno dei più lucidi e sapienti scrittori che la letteratura ci abbia regalato, descrive l’umanità e le sue derive potenziali in Cecità: divenuta progressivamente cieca, per via di un impietoso contagio, l’umanità tutta (meno la moglie dell’oculista) si trova costretta a riscoprire le parti più primitive della sua essenza e dei singoli elementi che la compongono. Rigettato in uno stato primitivo, nel quale non ha più nulla da perdere ma si trova invece costretto a lottare per la sopravvivenza, l’essere umano dimentica del tutto l’acquiescienza e la paciosità in cui si è accomodato causa gli influssi dell’opulenza ed improvvisamente si riscopre pervicace guerriero, che combatte strenuamente per la sopravvivenza, spesso con metodi tutt’altro che integri e ortodossi.

“Con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, per esempio, se esista un rapporto diretto fra gli occhi e i sentimenti, o se il senso di responsabilità sia la naturale conseguenza di una buona visione, ma quando la tortura incalza, quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si vede che povero animale siamo”, così Saramago, rispolverando il fulcro della filosofia di Hobbes “Homo homini lupus”. Con lucidità chirurgica e spietata, Saramago come Hobbes, raccontano che in tempo di dolore e carestia, quando non ha più nulla da perdere, l’uomo, da creatura imperfetta e talvolta malvagia qual è, può trasformarsi in predatore anche nei confronti di colui che è parte del suo stesso branco.

Ed è questo che più temo della brutalità e della vaghezza d’intenti del Forconismo: la possibilità che in una presunta sommossa popolare che sulla carta ha l’ambizione di migliorare la situazione di ciascuno, si finisca per confondersi, tentare di primeggiare gli uni sugli altri e diventare per l’ennesima volta trampolini strumentali per le ambizioni di potere di qualche futuro malfattore. Perché come dice Saramago “Il mondo è pieno di ciechi vivi” e la rabbia, temo, non è un antidoto bastante per farli tornare a vedere.