Un gentile “amico Facebook” scrive questo messaggio sulla mia bacheca: “Questa mattina in farmacia mi hanno detto che la Cardioaspirina Bayer, che da quasi vent’anni prendo ogni giorno come antiaggregante piastrinico, non è più dispensata con esenzione perché vi è in commercio il farmaco equivalente! Le nebbie della farmacopea impediscono ai consumatori di conoscere la reale essenza delle cose (…) L’esimio prof. dott. Silvio Garattini, unitamente agli illustri professori e ricercatori sono in grado di mettere a disposizione tutti i dati di ricerca significativi e dirimenti sulla storia di questa escalation di farmaci che io ritengo privi della stessa efficacia degli originali con la sintesi di “INERTI” di scarso valore, e che in sintesi riducono l’efficacia metabolica della ricetta??? Può sembrare un non senso parlare di un farmaco come la Cardioaspirina che costa meno acquistarlo che farselo prescrivere dal medico (2,40 euro). E’ un farmaco con tutte le sue controindicazioni nonostante i benefici terapeutici! Produrre un equivalente che senso ha???”.

Rari sono gli studi clinici di comparaggio del pari valore clinico fra farmaco ed equivalente. Ma siccome i rumors sono numerosi, le aziende farmaceutiche si adeguano. Poniamo che un prodotto brand abbia un nome ed un prodotto generico abbia il nome del principio attivo, come dovrebbe essere, cosa fanno ora le aziende farmaceutiche per confondere maggiormente le acque? Registrano un equivalente che ha un nome del principio attivo combinato con altra parola. Ad esempio vi dico che in oculistica esiste un collirio che viene identificato come medicinale equivalente ma il cui nome inizia come il nome del principio attivo e termina con “still” che in inglese vuol dire “ancora” ma che può essere confuso ad esempio con “instillare”! Ma visto che trattasi di collirio antiglaucomatoso (10% della popolazione italiana soffre di questa patologia altamente invalidante per la vista) qualcuno avrà veramente valutato l’efficacia reale?

Su DottNet, l’11 dicembre 2013, la redazione scrive che esiste uno studio, eseguito con il contributo di DocGenerici, condotto analizzando i database amministrativi dal 2008 al 2011, relativi a 350mila pazienti appartenenti a cinque Asl lombarde (Bergamo, Lecco, Milano città, Milano2-Melegnano, Pavia) che raggruppano circa 4 milioni di persone. Ha confrontato popolazioni in trattamento con farmaci brand o col relativo “generico”, analizzando 6 molecole specifiche per 6 aree terapeutiche: dislipidemia (simvastatina), ipertensione (amlodipina), cardiologia (propafenone), psichiatria (sertralina) osteoporosi (alendronato) diabetologia (metformina). ”Si tratta del primo studio con queste caratteristiche – commenta Alberico Catapano (Università di Milano), Presidente della Società Europea di Aterosclerosi – che, per portata e risultati, rappresenta una pietra miliare nella storia dei farmaci generici in Italia. Avrebbe dovuto promuoverlo l’Aifa, invece vi si è impegnato un privato, per rispondere a domande di sostanziale interesse pubblico”.

I dati preliminari – dice Enrico Agabiti Rosei (Università di Brescia) – dimostrano sostanziali uguaglianze nell’utilizzo dell’amlodipina generico o di marca in circa 120mila pazienti; stesso risultato nell’utilizzo della simvastatina nel campo delle dislipidemie. Anche per il propafenone, farmaco antiaritmico per la prevenzione della fibrillazione atriale – osserva Alberto Margonato (Università Vita Salute San Raffaele) – lo studio non mostra differenze significative fra il generico e il branded. Così pure per la sertralina, secondo Claudio Mencacci (Presidente Società di Psichiatria) controllata su 35 mila pazienti. Lo stesso per l’alendronato – dice Carlomaurizio Montecucco (Università di Pavia) – controllato su 20.711 pazienti. Nel diabete, secondo Roberto Trevisan (Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo) sembrerebbe che i pazienti dimostrino addirittura una maggiore aderenza alla terapia col generico, perché costa meno

Ma visto che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) è ”in prima linea nella promozione dei farmaci equivalenti” perché non ha eseguito direttamente questo lavoro lasciandolo a chi produce e distribuisce farmaci generici? Quando quelle parole dubbiose saranno sostituite con parole certe? Invece abbiamo capito che per far seguire una terapia cronica occorre che il prodotto farmaceutico costi meno al paziente!

Faccio mia la richiesta del gentile amico di Facebook chiedendo a Garattini e tutti i farmacologi nazionali ed internazionali di spiegare a chi le terapie, suo malgrado, deve farle e vuole spendere meno quali sono i controlli di produzione che garantiscono l’efficacia clinica.