L’Italia ha una delle flotte aeree più moderne e complete d’Europa, ma spende decine di milioni di euro all’anno in appalti esterni per servire le missioni del suo esercito. L’accresciuto impegno militare dell’Italia all’estero negli ultimi dieci anni, anche in teatri operativi “fuori area” come Iraq e Afghanistan, ha costretto la Difesa a espandere le capacità di “proiezione” di truppe, mezzi e materiali. Nell’arco di un decennio, con una spesa di oltre 3 miliardi di euro, la flotta aerea militare da trasporto è stata integralmente rinnovata e potenziata in base alle nuove esigenze operative. Oggi l’Aeronautica militare italiana può contare su ventuno C-130 (entrati in servizio tra il 2001 e il 2005), dodici C-27 (operativi dal 2007) e quattro Boeing-767 (consegnati tra nel 2011-2012), per una capacità complessiva d’imbarco di 3.836 uomini o 650 tonnellate di materiali. Una flotta all’avanguardia che, come scrive l’esperto di aeronautica militare Federico Cerruti su Analisidifesa.it, garantisce “una capacità di proiezione aerea di tutto rispetto, a livello analogo se non superiore alle altre forze aeree europee”.

Ciononostante, ogni anno la Difesa spende quasi 40 milioni di euro in appalti a compagnie private che forniscono servizi di trasporto aereo verso i ventidue paesi dove attualmente sono schierati in tutto 5.600 militari impegnati in 33 diverse missioni. “E’ una scelta obbligata – spiegano dallo Stato maggiore della Difesa – poiché, con l’aumento dell’impegno internazionale in teatri operativi lontani, se usassimo esclusivamente la nostra flotta da trasporto, da un lato bruceremmo tutto il monte-ore di volo dei nostri velivoli accorciandone la vita operativa e rendendo necessari maggiori costi di manutenzione, dall’altro non avremmo più velivoli disponibili in caso di emergenze come evacuazioni, operazioni di protezione civile o azioni umanitarie internazionali. Infine va tenuto conto che per arrivare in Afghanistan con un C-130 ci vogliono undici ore mentre con gli aerei Meridiana si arriva a Herat in sole sei ore”. Insomma bisogna esternalizzare perché, pur avendo una flotta aerea militare da trasporto “di tutto rispetto”, non è ancora sufficiente a soddisfare le velleità di grandeur dei nostri vertici.

Ma a chi e come vengono assegnati questi appalti? La Direzione generale di commissariato e di servizi generali della Difesa (Commiservizi, dal 2009 guidata dalla dottoressa Anita Corrado) bandisce periodicamente gare pubbliche d’appalto, ma da anni sono sempre le stesse aziende ad aggiudicarsi i contratti, anche in virtù del sistema di rinnovo pluriennale previsto dalla cosiddetta “procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara”, introdotta nel nuovo Codice degli appalti del 2006 per volere dell’allora ministro berlusconiano ai Trasporti, Pietro Lunardi. A farla da padrona sono la compagnia sarda Meridiana del principe Aga Khan, per quanto riguarda il trasporto aereo delle truppe (oltre 14 milioni di euro, Iva esclusa, il rinnovo del contratto per il 2014) e la Saima Avandero, azienda lombarda ma di proprietà del gruppo danese Dsv, per il trasporto aereo di mezzi e materiali “anche classificati” (il nuovo contratto 2014 vale oltre 23 milioni; alla gara aveva partecipato anche Alitalia). Un vero asso pigliatutto questa Saima, che oltre a vincere gli appalti per il trasporto aereo, da anni si aggiudica regolarmente anche quelli per il trasporto marittimo (15 milioni per il 2014) e terrestre (10 milioni, sempre Iva esclusa).

Nulla di strano secondo Commiservizi: “Se le aziende con le offerte migliori sono sempre le stesse, è normale che si aggiudichino gli appalti”. Non la pensano così le altre imprese che partecipano alle gare. Contro il monopolio Saima, la multinazionale Jas di Segrate ha fatto ricorso al Tar. “E’ indecente – spiega il presidente dell’azienda, Biagio Bruni – che la Difesa continui ad aggiudicare appalti su appalti a una ditta che fa prezzi stracciati a discapito della qualità del servizio. Ricorrendo a subappalti affidati ad esempio a compagnie aeree come quelle delle ex repubbliche sovietiche che hanno bassi standard di qualità e di sicurezza. Se si tratta solo di risparmiare – ironizza Bruni – tanto vale portare viveri e munizioni alle nostre truppe in Afghanistan a dorso di cammello!”.