La bufera abbattutasi sulla Siae negli ultimi giorni è un bell’esempio di come funzionino le cose nel nostro paese. Riassumiamo: come spiegato da Guido Scorza in questo suo post, la Società Italiana Autori ed Editori ha chiesto di rivedere il sistema di calcolo del famigerato compenso per copia privata. Le modalità con cui tutto questo sta avvenendo sono eloquenti in sé, ma a il vizio della questione è nella natura stessa della tassa (chiamarlo indennizzo come pretende di fare Siae è davvero ridicolo) di cui si parla.

L’equo compenso per copia privata, cito dallo stesso sito della Siae, è una somma che il consumatore paga “in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale oltre a quello di cui si è già in possesso”. In pratica, la Società Italiana Autori ed Editori concede a noi consumatori, bontà loro, il diritto di duplicare una canzone che abbiamo comprato su Cd per poterla ascoltare non solo sullo stereo, ma anche sull’autoradio, sul lettore MP3 o sullo smartphone. In cambio, Siae incassa milioni di euro ogni anno, prelevandoli alla fonte. Il compenso, infatti, si paga per qualsiasi tipo di dispositivo che potenzialmente consenta di eseguire una copia. 

Già così, la cosa risulta abbastanza fastidiosa. Non pago per ciò che faccio, ma pago per ciò che potrei fare con un dispositivo che ha mille altre funzioni e che mi trovo a usare per mille altre necessità. La vera domanda, però, è se esita ancora il mondo di cui si sta parlando. C’è ancora qualcuno che compra brani musicali su Cd audio? O film su Dvd? Risposta: Pochissimi. I film e i brani MP3, finiscono su computer e dispositivi vari sopratutto in due modi: o tramite l’acquisto diretto del file, o tramite il download illegale. Nel primo caso, la copia e l’utilizzo su vari dispositivi è previsto e già remunerato dal prezzo che paghiamo. Nel secondo (non mi dilungo in valutazioni che qui poco rilevano) siamo fuori da qualsiasi valutazione su “diritti” e “copie”. Da un punto di vista formale, però, l’equo compenso non è (e non potrebbe essere) una “tassa sulla pirateria”. Che diavolo paghiamo allora?

La Siae ci racconta che, all’alba del 2013, le opere dell’ingegno sono individuabili con supposti “originali” e che l’oggetto dell’acquisto della suddetta opera sia, appunto, il “supporto originale”. Se questa fosse la verità, significherebbe che dalle parti della Siae si sono persi (o fanno finta di essersi persi) almeno un paio di ere geologiche. Dai primi sussulti legati al boom del digitale sono passati 15 anni e chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale dovrebbe essersi reso conto che il concetto stesso di “copia originale” ha perso di senso. È “copia originale” il file MP3 acquistato su iTunes o ascoltato in streaming su Spotify? È copia originale il film trasmesso in streaming su Netflix o noleggiato qualsiasi altro servizio online? No. Sono contenuti. Contenuti che il consumatore acquista o noleggia per usufruirne tramite uno qualsiasi dei dispositivi che possiede. Il fatto che per vederli se ne faccia una, cento o mille copie è diventato assolutamente ininfluente. Per tutti: consumatori, autori, distributori. Per tutti tranne che per la Siae.

La verità è che da 3 anni paghiamo una tassa che porta milioni di euro nelle casse della Società Italiana Autori ed Editori senza alcun motivo logico. Autori ed editori si sono adeguati da tempo al “nuovo mondo” e hanno adeguato il loro “modello di business” abbastanza velocemente. Lo ha fatto anche la Siae, che incassa i diritti dai negozi online e dai servizi streaming. La pervicacia con cui la Società Italiana Autori ed Editori finge di sostenere una visione del mondo preistorica è dovuta solo alla volontà di non rinunciare ai (tanti) soldi che il meccanismo dell’equo compenso porta nelle loro casse.

Ora Siae ha “chiesto” che l’equo (sigh!) compenso per copia privata venga aumentato attraverso un meccanismo ridicolo, che fa riferimento a una “media europea” disegnata su misura per incassare più denaro. Lo ha fatto sapendo che il governo, a caccia di soldi almeno quanto lo è la Società Italiana Autori ed Editori, vedrà di buon occhio una manovra che porterà nelle sue casse qualche milioncino di euro, che male non fa. Già, perché l’equo compenso si riversa sui prezzi dei prodotti e quindi genera Iva. Tutti contenti, quindi. Tranne i consumatori, che oltre a trovarsi qualche euro in meno nel portafogli, dovranno constatare ancora una volta come la logica debba arrendersi di fronte agli interessi economici contingenti.