Nelle periferie cinesi succede spesso. I neonati vengono abbandonati da madri che non se ne possono prendere cura. Sono troppo giovani, non hanno un compagno e non hanno gli strumenti economici e legali per combattere la maldicenza comune. Secondo il ministero degli Affari civili solo nel 2012 in Cina sono stati abbandonati 570mila bambini, l’11 per cento in più rispetto all’anno precedente. E le strutture preposte all’accudimento e alle adozioni degli orfani ne avrebbero nutrito solo 100mila. Degli altri 470mila si sono perse le tracce.

E se il fenomeno è diffuso in generale, è tanto più comune in quelle metropoli industriali, meta di decine di milioni di lavoratori migranti che sperano di realizzare così il loro sogno di fuga dalla campagne. Così la megalopoli di Shenzhen, la città fabbrica per eccellenza degli ultimi trent’anni cinesi, ha deciso di sperimentare le baby box, ruote degli esposti dei tempi moderni che prevedono l’anonimato per chi abbandona e le cure per il neonato.

In Europa le abbiamo avute fino all’inizio del Novecento. Poi sembravano essersi estinte, ma il fenomeno non è scomparso. Anzi. A giugno 2012 il Comitato Onu per i diritti del bambino si è detto “preoccupato” per aver verificato che nel Vecchio continente sono state istallate circa 200 baby box solo nell’ultimo decennio e ha riaperto il dibattito tra chi pensa che il diritto del bambino a conoscere i propri genitori vada tutelato ad ogni costo e chi invece è convinto che alla fine delle somme la cosa più importante sia salvare una vita umana. L’amministrazione di Shenzhen è evidentemente più propensa a quest’ultima ipotesi. Senza attentare alla privacy della madre, questa sorta di scatole – che costano circa 18mila euro l’una – saranno completamente equipaggiate degli strumenti medici necessari (incubatrice, respiratore etc). I genitori dovranno solo spingere un bottone, una sorta di campanello che suonerà con qualche minuto di ritardo. Il tempo per i genitori di allontanarsi e qualcuno dalle strutture preposte si recherà sul posto per prendere in consegna il neonato. Il progetto è stato attaccato da molti. L’opinione più diffusa tra chi si oppone è quella che una misura del genere non farà altro che determinare l’aumento sel numero dei neonati abbandonati. Ma le autorità non la pensano così. Dou Yupei, viceministro degli Affari civili, ha dichiarato che modello di Shenzhen protegge i neonati e che misure simili verranno introdotte in tutto il paese.

Secondo uno studio condotto dal dipartimento per la Pianificazione famigliare del Guangdong almeno la metà delle lavoratrici migranti che arrivano nella regione fa sesso prima di sposarsi. Di queste quasi il 60 per cento affronta una gravidanza non voluta. In un solo distretto della megalopoli di Shenzhen, in soli cinque anni, almeno dieci madri sono state condannate per aver abbandonato o ucciso il proprio figlio appena nato. Tutte loro sono lavoratrici migranti, single, tra i 16 e i 23 anni, probabilmente vittime della convinzione popolare che avere un bambino senza un marito sia un’offesa mortale per tutta la propria famiglia. Senza contare che spesso queste giovani donne sono portatrici di storie personali molto dure che non hanno gli strumenti per lasciarsi alle spalle. Proprio oggi è uscito uno studio sulle condizioni delle fabbriche della metropoli meridionale di Guangzhou. Dimostra come il 70 per cento di queste operaie ha subito molestie sessuali dai propri colleghi. Il 15 per cento di loro – una donna su sei – ha addirittura abbandonato il proprio posto di lavoro, rinunciando allo stipendio pur di uscire da un incubo. Nessuna di loro si è rivolta a associazioni o polizia per cercare un qualsivoglia aiuto. Ognuna di loro ha cercato di risolvere i propri problemi da sola e, forse, tra le soluzioni possibili ha anche considerato quella di abbandonare un figlio non voluto.

di Cecilia Attanasio Ghezzi