Nel corso delle Primarie del Pd Gianni Cuperlo ha spesso sostenuto che la “ricetta blairiana” (Tony Blair) fosse oramai vecchia e che quindi la sinistra italiana dovesse invece tornare a guardare a modelli più tradizionali di stampo socialdemocratico.

A dire la verità, secondo me, non è che ci sia stato un vero e profondo dibattito programmatico tra i vari candidati. Sono state lanciate suggestioni, immagini, qualche idea, ma non si è davvero discusso di: 1. Quale sia la natura della crisi italiana; 2. Quali ne siano le cause; 3. Quale potrebbe esserne la cura.

Matteo Renzi, che pure è molto bravo nell’uso delle parole e dei gesti, non entra mai nel merito delle sue proposte, non articola mai le sue ricette, si ferma sempre all’enunciazione di alcuni spunti generali. Questo al momento è il suo grande limite ma è parte stessa della sua strategia vincente.

Da venti anni, la sinistra dedica tempo e risorse a scrivere programmi, penso a quante energie ha speso Michele Salvati, ma anche molti altri studiosi (compreso il sottoscritto) per scrivere programmi di legislatura che al massimo servivano per delle tavole rotonde al Circolo della cultura.

Un dato di fatto è che le elezioni in Italia non si vincono con i programmi. Punto.

Questa è l’intuizione fondamentale di Berlusconi che dal 1993 ha capito che non gli serviva una strategia di egemonia culturale fondata sugli intellettuali, come invece ha sempre fatto la sinistra italiana. Per vincere le elezioni bisogna toccare il cuore della gente (gente, non gli intellettuali) e sollevare alcune parole d’ordine che diano il senso della direzione.

Ricordo la campagna elettorale guidata da Veltroni nel 2008, nel corso della quale Veltroni non nominò mai il governo Prodi che aveva governato fino a quel momento. Berlusconi gridava contro le tasse e contro il ministro Visco e Veltroni nei suoi discorsi non citava neanche il fatto che quel governo Prodi avesse tagliato il cuneo fiscale, avesse tagliato le tasse davvero. Il Pd aveva allora (in quella campagna elettorale) un programma economico, serio, costruito sotto la regia di Enrico Morando… ma chi lo lesse? A chi venne presentato? Chi lo ricorda?

Il punto cruciale è che la sinistra finora ha finito per parlare solo al suo recinto (piuttosto piccolo) di ceto medio riflessivo (definizione dello storico Paul Ginsborg) fatto di insegnanti, intellettuali, giornalisti, pubblici dipendenti, sindacalisti, politici, pensionati. Berlusconi invece ha saputo parlare a un pubblico molto più vasto, alla “gente”. Le ricerche dell’Istituto Cattaneo di Bologna mostrano da tempo del resto che Forza Italia e il Pdl raccolgono voti tra i lavoratori di tutti i settori ma soprattutto tra quelli del settore privato, è più elevata la quota di operai che hanno votato per il centro destra (Pdl e Lega) che non quelli che hanno votato Pd. Un vero divide oggi è tra dipendenti pubblici (che votano a sinistra) e dipendenti privati, persone senza lavoro, giovani e casalinghe che votano prevalentemente non a sinistra: Pdl, M5S, Lega.

Servono i programmi? Sì ma per governare non per vincere le elezioni. Serve invece la capacità di far intuire alle persone che si è in grado di parlare non solo al proprio pubblico di sostenitori ma anche oltre il recinto.

Nelle scorse settimane era impressionante la distanza linguistica, di postura, di abbigliamento, di atteggiamento, di spocchia, di novità/antichità che separava Cuperlo da Renzi.

Cuperlo parlava solo e unicamente a un pubblico di laureati, per lo più in materie umanistiche, con buone letture e forse con belle case in quartieri chic. Citava gli operai ma un po’ come un antropologo britannico dell’ottocento avrebbe parlato dei boscimani dell’africa australe. L’impresa, il lavoro manuale, il rischio d’impresa, il lavoro autonomo, la precarietà della vita di chi non lavora nel settore pubblico erano tutti concetti distanti anni luce dalla lucida, compassata e antica analisi cuperliana.

Ora però si apre la vera partita. Ora tocca a Renzi dirci cosa vuole fare, come pensa di portare il paese fuori dalla palude ventennale di bassa crescita e disagio sociale diffuso, di bassa innovazione e intenso familismo, di caste chiuse, di poca concorrenza e poca meritocrazia, di poco rispetto per i deboli, di apartheid per i giovani.

Non bastano più le battute.