Negli ultimi mesi molti incubi, relativi a un passato che proprio non riesce a “passare”, si sono rimaterializzati in Giappone. Il principino nero Shinzo Abe, l’uomo che a parole vuole abbattere le frontiere commerciali e nei fatti rispolvera la vecchia retorica imperiale, nipote di un criminale di guerra (Nobusuke Kishi) che gli americani decisero di graziare consentendogli di passare nel giro di pochi anni dalla prigione alla guida del governo, è riuscito, dopo mesi di rumorosa propaganda, assedio mediatico e lavorio ai fianchi, ad impartire una serie di pesantissimi colpi non solo all’oramai traballante Costituzione, ma all’intero scenario sociale, culturale, politico e perfino economico del Giappone.

Un Paese che, per colpa di una classe politica (e burocratica) inetta, corrotta e incapace, impedisce a uno dei popoli più civili, educati, onesti e mansueti del mondo di essere amato e rispettato come si meriterebbe. A preoccupare non deve essere soltanto la legge liberticida – qualcuno l’ha definita “fascista”, e non si tratta dei soliti giornalisti o studiosi stranieri che applicano, inopinatamente, le loro categorie, ma di centinaia di intellettuali e artisti locali che si sono mobilitati – approvata la settimana scorsa e che ha istituito (senza peraltro definirlo) il segreto di Stato e pesantissime sanzioni per chiunque si azzardi a violarlo rivelando, sollecitando o pubblicano notizie “riservate”.

Ci sono ben altri segnali, meno visibili ma forse più pericolosi, che indicano una decisa deriva neonazionalista e addirittura neofondamentalista (dal punto di vista religioso) che non può più essere sottovalutata. E infatti non lo è, almeno da coloro, giapponesi e stranieri, che seguono con sempre maggiore preoccupazione quanto sta succedendo da queste parti. Sotto gli occhi degli amati/odiati Stati Uniti, che ancora una volta dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, la loro incapacità di “leggere” in profondità.

“Se così non fosse – spiega Gregory Clark, docente di storia presso l’Università di Akita – Washington andrebbe più cauta nell’apprezzare le conquiste e soprattutto nel credere alle promesse del governo Abe: altro che liberalizzazioni, libero scambio. Non esiste che il Giappone rinunci al suo protezionismo idelogico, oltre che commerciale. Non riesco ad immaginare, ad esempio, l’apertura delle frontiere per il riso, che qui assume un valore simbolico, quasi sacro. Per non parlare della politica estera, sempre più irresponsabile. Abe si è messo in rotta di collisione con la Cina e anche con la Corea, rischiando di coinvolgere, loro malgrado, gli Stati Uniti.

Il Giappone non è riuscito a risolvere – prosegue Clark – nessuna delle questioni territoriali, tutto sommato neanche tanto importanti, che lo oppongono ai suo vicini: Russia, Cina, Corea. Anzi: negli ultimi tempi è riuscito a peggiorare la situazione. In questo Paese non esiste una vera e propria politica estera. E nemmeno una diplomazia competente ed capace. Quando sono in carica sono grigi e inaffidabili, nel senso che si lasciano scappare le cose. Poi, quando vanno in pensione, diventano bravi e coraggiosi”. Chiaro riferimento ad alcuni ex ambasciatori o semplici funzionari del ministero degli Esteri, che nel corso degli anni hanno rivelato particolari inquetanti della diplomazia giapponese. Da semplici quanto imbarazzanti gaffe a veri e propri episodi di omissione, depistaggio e menzogna.

Nel 2006, ad esempio, un ex ambasciatore, tale Bunroku Yoshino, si presentò in televisione mostrando un documento, con la sua firma in calce, in cui si confermava il “riacquisto”, o comunque il contributo (4 milioni di dollari) che il Giappone aveva accettato di versare agli Usa per il “ritorno” dell’Isola di Okinawa. Per aver sostenuto l’esistenza di questo “patto”, ripetutamente negato dal governo giapponese anche dopo che gli archivi americani (che dopo 25 anni diventano pubblici) ne avevano confermato l’esistenza, un povero giornalista giapponese del Mainichi, Takichi Nishiyama, era stato, nel lontano 1976, condannato a quattro anni di reclusione. Alla faccia di chi sostiene, come il premier Abe ha ripetutamente fatto in questi giorni, che la legge “bavaglio” da lui proposta e fatta approvare era indispensabile, visto che il Giappone, unico grande Paese al mondo, non aveva ancora una legge che tutelasse il segreto di stato. Una bugia grossa come una casa.

Come ridicolo, dal punto di vista giuridico, fu il processo contro Nishiyama: come si fa a condannare un giornalista per aver parlato di un documento che non esiste? Eppure Abe, che nel 2006 era capo di gabinetto, continuò a negarne l’esistenza. Come continua, assieme ai suoi più stretti collaboratori e alla schiera di “studiosi” che si stanno prestando a questa offensiva revanchista e revisiosnista, a negare fatti storici provati, oramai, da documentazione inippugnabile. Come la rinuncia, in occasione del Trattato di pace di San Francisco, a ogni rivendicazione sulle isole Kurili (che comprendono anche le quattro isole che governo e libri di testo giapponesi continuano a chiamare hoppo-ryodo, “territori del nord”, come risulta dalla testimonianza resa in Parlamento il 19 ottobre 1951 dell’allora responsabile degli affari legali del ministero degli Esteri, Kumao Nishimura).

O gli accordi, sia pure verbali ma confermati da chi era presente agli incontri ufficiali, tra gli allora rispettivi premier KaKuei Tanaka e Chun En Lai, quando nel 1972 si incontrarono per riallacciare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, di “stralciare” la questione sulla sovranità delle isole Senkaku/Diaoyutai, improvvisamente riproposta da Tokyo e, ovviamente contestata da Pechino. Persino nei confronti della Corea del Nord la posizione del Giappone è, formalmente, debole: in assenza di un trattato di pace (e del pagamento dei danni di guerra, generosamente versati invece alla Corea del Sud) è stato il Giappone a violare – su pressione, all’epoca, proprio di Shinzo Abe e dell’associazione patriottica nazionale – un preciso accordo raggiunto con il regime di Pyong Yang quando, nel 2002, a seguito dello “storico” viaggio dell’allora premier Junichri Koizumi, il governo giapponese si era impegnato a consentire il rientro in Corea del Nord di cinque cittadini a suo tempo sequestrati e rapiti ai quali era stato concesso di rientrare, temporaneamente, in patria.

Tutte situazioni che in Giappone, da anni, vengono manipolate e rovesciate dai mass media e dalla propaganda governativa, fino a diventare verità condivisa. I giapponesi hanno un’espressione per questo tipo di operazione: kotodama: anche le parole hanno un loro “spirito”, per cui ripetere all’infinito una falsità può, alla fine, trasformarla in verità. E’ quanto è successo con il mantra nucleare: pulito, economico, sicuro. Abbiamo visto. Stiamo vedendo. E chissà cosa dobbiamo ancora vedere.