L’Europa studia, approfondisce, indaga. Più di quanto si immagini. Trovandosi, talvolta, di fronte a sentieri davvero stretti e insidiosi. In presenza dei quali la decisione da assumere richiede una attenta e lunga valutazione. Sembra questa la tragicomica chiave di lettura di un percorso di analisi iniziato più di un anno fa dalla tecnocrazia europea e che ha come oggetto l’opportunità di proseguire l’emissione delle monetine da 1 e 2 cent.

Attorno ad esse ruota infatti una questione non indifferente, che ha peraltro indotto a presentare una mozione il parlamentare di Sel Sergio Boccadutri: i costi complessivi di emissione e produzione delle monete da 1 e 2 cent sono, nella maggior parte degli Stati membri, superiori fino a quattro volte al valore facciale delle monete stesse. Il che significa, come messo in luce da una comunicazione della Commissione europea al Parlamento ed al Consiglio europei, che a livello di zona euro, il signoraggio negativo prodotto è pari addirittura a 1,4 miliardi di euro all’anno.

Si pensi, poi, che il nostro Paese, come si evince dal testo della mozione di Boccadutri, spende la bellezza di 30 milioni di euro all’anno per rimpinguare le riserve di centesimi.

Ad aggravare il quadro vi è il fatto che le monete da 1 e 2 cent sono coniate in quantità enormi. Dal passaggio all’euro nel 2002 ad oggi sono state emesse oltre 46 miliardi di monete da 1 e 2 cent e in dieci anni il loro numero è aumentato di circa il 74%: oggi quasi una moneta messa in circolazione su due è da 1 o 2 cent. Ma a fronte di un numero complessivo molto elevato di monete da 1 e 2 cent emesse, il loro valore totale è pari soltanto a circa 714 milioni di euro.

Il forte aumento del numero di monete da 1 e 2 cent è dovuto principalmente al loro elevato tasso di perdita, che varia dal 25% a quasi il 100%. Perché i consumatori non pagano spesso con monete da 1 o 2 cent, ma le ricevono in resto dai dettaglianti. Inoltre tali monete sono trattate apparentemente come se fossero prive di valore e sono spesso accumulate piuttosto che rimesse in circolazione.

Le monete da 1 e 2 cent andrebbero, dunque, eliminate per il solo fatto che si rivelano pressoché inutili. Peraltro le tesi secondo cui il ritiro e la conseguente necessità di applicare regole di arrotondamento inciderebbero sulla stabilità dei prezzi e aumenterebbero l’inflazione, sono del tutto infondate.

Vari studi, come viene riportato nella comunicazione della Commissione europea, hanno infatti dimostrato che gli effetti inflazionistici, qualora si verificassero, sarebbero molto limitati. In Slovacchia, per esempio, uno studio sull’impatto inflazionistico del ritiro delle monete da 10 e 20 haller ha concluso che la cessazione dell’emissione e le collegate regole di arrotondamento avrebbero effetti inflazionistici solo limitati, inferiori allo 0,01%. E poi l’esperienza diretta maturata con le regole di arrotondamento in Finlandia e nei Paesi Bassi ha evidenziato che l’impatto dell’inflazione è praticamente inesistente. Come ha pure dimostrato la recente abolizione delle monete di più piccolo valore unitario in Svezia nel 2010 (moneta da 50 øre = circa 5,5 cent di euro) e in Canada nel 2013 (moneta da 1 cent = circa 0,7 cent di euro).

Ci sarebbero dunque buone ragioni per eliminare progressivamente le monete da 1 e 2 cent. La Commissione europea ha però fatto sapere che gli scenari delineati con l’indagine durata più di un anno dovranno essere “oggetto di discussione tra le parti interessate. Se emergerà una chiara preferenza per uno di essi, la Commissione presenterà le necessarie proposte legislative.”

Traduzione: tempo un altro paio d’anni e la perdita di quasi 3 miliardi e in Europa il dado sarà tratto.

Alla faccia della spending review e di chi come Boccadutri e i co-firmatari della mozione vorrebbe impegnare il Governo italiano ad adoperarsi per sospendere subito il conio delle inutili monete da 1 e 2 centesimi.

@albcrepaldi