Martin Scorsese: “Un film straordinario, grazie per averlo fatto”. Paolo Sorrentino: “Bellissimo, per qualsiasi cosa chiamami”. Fatih Akin: “Mi ha davvero colpito”. Sul palco del festival di Marrakech c’è un 31enne, italiano trapiantato a Los Angeles, esordiente con Medeas. Presidente di giuria Scorsese, Andrea Pallaoro ha vinto per la migliore regia, ed è solo l’ultimo dei riconoscimenti rastrellati – dal festival di Tbilisi al prestigioso Camerimage – dopo l’anteprima mondiale alla Mostra di Venezia, dove aveva già incassato lo UK-Italy Creative Industries Award.

Direte, ma un film così qualcuno l’avrà preso? No. Medeas a oggi non ha distribuzione in Italia. Ce l’ha in Colombia, Messico, a breve negli Stati Uniti e in Francia, ma in Italia no. Un passaggio che dovrebbe essere immediato, bel film quindi uscita in sala, non lo è, e proprio le decorazioni di Marrakech e il solito Flaiano ci vengono in soccorso: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”.

Trentino, approdato 17 enne a L. A. per uno scambio scolastico e mai più tornato, Pallaoro ha in Antonioni, “il regista per eccellenza della relazione tra persona e ambiente”, il nume tutelare, ma non vive in una torre d’avorio, non professa l’art pour l’art a senso unico, e Medeas ha provato a farlo vedere: “Due settimane dopo Venezia, l’ho mandato a Rai Cinema”. La risposta? Italiano classico: “Le faremo sapere”. Tre mesi dopo, tutto tace, silenzio assenza: “Nessuno l’ha ancora visto”. Ma Pallaoro non si lamenta, semplicemente chiede: “Date la possibilità al pubblico di scegliere”. A Venezia più di qualcuno, ovvero, i pochi che l’hanno visto a ‘Orizzonti’, si sono stracciati le vesti: perché non è ‘in Concorso’, perché il poco Intrepido Gianni Amelio, il letale Under the Skin a correre per il Leone e Medeas no? Al festival Tertio Millennio, qualche giorno fa a Roma, altre esclamazioni di giubilo, altri paragoni arditi: “Anche noi abbiamo un Terrence Malick”.

Arditi, sì, ma fino a un certo punto: nulla di estetizzante o pretenzioso, Pallaoro ha uno stile estatico, una forma sublime a tallonare una famiglia di campagna californiana, Imperial Valley in purezza. Apparentemente sono armoniosi, felici, uniti: la madre sorda Catalina Sandino Moreno, il marito di poche parole, tre figli maschi e una femmina che impara l’italiano ascoltando Patty Pravo. Ma il titolo non mente, la tragedia è dietro l’angolo, meglio, dietro qualche sintomatica inquadratura: “Da sempre, mi interessa la disperazione dell’essere umano: la tragedia di Euripide, che ho usato per canovaccio, mi ha dato l’opportunità di farne un’analisi estrema”.

Trecentomila dollari di budget rastrellati tra famiglia, Messico e Usa, nessun finanziamento pubblico, attori al minimo sindacale, Medeas “in Italia non si sarebbe realizzato: questo tipo di cinema non viene valorizzato, esiste solo l’intrattenimento, l’espressione artistica finisce nel fuoricampo”. Non bastasse, “la televisione detta una superficialità pervasiva, e la nostra economia di relazione non aiuta il talento”: che fare? Emigrare, trovare negli Usa “un percorso di studi senza obblighi e strettoie burocratiche” e a Los Angeles la “patria della libertà: no, non è solo Hollywood, chi lo crede sbaglia di grosso. È una delle città più culturalmente all’avanguardia: scommetto ciecamente sul suo futuro”.

Difficile anche dubitare dell’avvenire di Andrea Pallaoro: nella convinzione che “lo stile non ostacoli l’espressione, ma l’aiuti”, il secondo film è già scritto, ancora a quattro mani con il messicano Orlando Tirado. “Un dramma motivato da impulsi estetici e sensoriali piuttosto che narrativi”, con probabile protagonista “una leggendaria attrice francese: non fatemi dire di più, ha amato Medeas, ha letto il copione e domani la incontro a Parigi”. Non solo Pallaoro: anche il talentuoso Roberto Minervini di Stop the Pounding Heart s’è trasferito in Texas. Della serie, cervelli in fuga e un cervello a scomparsa: quello del sistema Italia.

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2013