Lo sbarco dei piumini Moncler a Piazza Affari sembra piacere a tutti. Agli investitori, ma soprattutto ai piani alti di Borsa italiana. A dimostrazione dell’euforia, le richieste pervenute entro l’11 dicembre, termine del periodo di collocamento, hanno superato di quasi trenta volte l’offerta. Dunque, perché non brindare? Anzitutto bisognerà attendere i giorni seguenti il debutto, atteso per il 16 dicembre: il titolo avrà un prezzo di 10,2 euro, il massimo della forchetta iniziale, che significa una valorizzazione di 2,55 miliardi per l’intera società. Ma l’Ipo di Moncler orchestrata da Mediobanca insieme a Merrill Lynch e Goldman Sachs che vedrà tra i venditori i fondi Carlyle e Eurazeo, guidati rispettivamente da Marco De Benedetti e Virginie Morgon, nasconde anche altro: l’inesorabile declino di Borsa italiana, che va di pari passo con quello dell’economia del Paese.

Quello dei piumini in Borsa, del resto, è un film già visto altre due volte: nel 2012 con l’Ipo di Brunello Cucinelli (cashmere) e l’anno precedente con lo sbarco di Salvatore Ferragamo. Il copione, però, funziona. A partire dal protagonista: azienda solida, brand di prestigio. Se si vende bene nei negozi, figuriamoci in Borsa, anche perché gli investitori, al di là dei bilanci e dei prospetti informativi (che sono un po’ come le istruzioni dei farmaci: indicano i pro, ma anche i contro dell’investimento), di fronte a certi nomi sanno già cosa comprano. Gli analisti finanziari, alle luce delle precedenti quotazioni in Borsa, pronosticano quindi il tris con i piumini: “La combinazione di crescita potenziale, elevato interesse per il comparto della società, nonché il successo delle recenti Ipo della moda, ovvero di Ferragamo e Cucinelli, probabilmente stuzzicherà l’appetito degli investitori” si legge in un recente report del broker elvetico Kepler Cheuvreux.

Poco importa che, sempre gli stessi esperti, si dicano “poco convinti circa il posizionamento dell’azienda tra i player del lusso”, mentre il brand è addirittura difficile etichettarlo come made in Italy: “I prodotti sono realizzati nell’Est Europa – sottolineano – a parte la capsule di Gamme Rouge e gamme Bleu fatte in Italia”. In verità sarebbe made in France: il marchio è nato a Monestier de Clermontnel nel 1952. Ma tant’è. Quanto al titolo, difficile poi che finisca nel portafoglio di un risparmiatore medio italiano: il lotto minimo d’acquisto è da 4.375 – 5.100 euro. Salvo gli istituzionali, e cioè banche e fondi, se la possono permettere in pochi altri. Perché, dunque, tutta questa pubblicità? Il fatto è che il numero uno di Borsa italiana, Raffaele Jerusalmi, da quando ha preso lo scettro di Piazza Affari (anche se i padroni sono quelli del London Stock Exchange di Londra) parla ogni due per tre del lusso.

“Oltre a Moncler – ha dichiarato di recente – ci sono altre matricole che arriveranno in seguito; nel primo semestre 2014 nella moda e nel lusso potrebbero essere quattro o cinque”. Dobbiamo credergli? Jerusalmi è un inguaribile ottimista: a febbraio disse che le Ipo sarebbero state dalle 10 alle 15, quasi tutte (ovvio) nel settore fashion e design e quindi destinate a rinfoltire l’indice FTSE Italia Moda prodotti per la casa e per la persona. Undici mesi dopo, in effetti, le quotazioni sono state 13 (14 con Moncler), ma solo due nel segmento moda: Moncler e Italian Independent di Lapo Elkann. Arriviamo a tre considerando anche Moleskine, che però fa agendine di carta, anche se molto trendy. Non solo. Quasi tutte le matricole del 2013 (tranne Moleskine e Moncler) fanno riferimento all’Aim, il mercato alternativo dedicato alle piccole imprese italiane, che porta in dote ben poco a Piazza Affari.

Riusciranno, dunque, i piumini, le borsette, le sciarpe, le scarpe coi pallini e le agendine griffate a risollevare la Borsa milanese? Quest’anno, secondo l’edizione 2013 di “Indici e dati” di Mediobanca, è piombata al 23esimo posto, superata da molti mercati emergenti. Dieci anni fa era l’undicesima piazza finanziaria al mondo con 490 miliardi di euro di capitalizzazione. Quanto ai rendimenti, quelli della Borsa italiana in dieci anni, di cui gli ultimi tre a guida Jerusalmi, sono crollati del 22,7%, con una media annua negativa del 2,4%, mentre chi ha preferito Francoforte e Londra nello stesso periodo si è portato a casa rispettivamente un +8% e +5,9 per cento. La Borsa, diventata nel frattempo una succursale di Londra, è diventata la più autentica metafora dell’Italia: un Paese a picco, più povero, ma che si aggrappa lo stesso al lusso.