Ha rinunciato alla prescrizione, voleva un’assoluzione nel merito. Una scelta controcorrente e coraggiosa, che è stata premiata. Il sindaco Pd di Salerno e viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Vincenzo De Luca è stato assolto al termine del processo scaturito dalle indagini sulla variante urbanistica di delocalizzazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali (Mcm) di Gianni Lettieri, imprenditore ex capo di Confindustria Napoli ed ex candidato sindaco Pdl a Napoli. Anche Lettieri è stato assolto, insieme a tutti gli altri imputati, tra i quali dirigenti e funzionari del Comune di Salerno. Anche loro hanno rinunciato alla prescrizione. I capi di imputazione spaziavano dalla truffa al falso.

“Il fatto non sussiste” ha sentenziato il giudice del Tribunale di Salerno Ubaldo Perrotta, che si è preso 90 giorni di tempo per stendere le motivazioni. Il pm Vincenzo Montemurro aveva sollecitato l’assoluzione. Il caso Mcm è di quelli che fece molto clamore, e insieme ad un’altra variante, quella predisposta per l’ex Ideal Standard (processo ancora in corso), rappresentò per la Procura di Salerno l’esempio di un sistema clientelistico-affaristico che avrebbe inquinato la vita politico-amministrativa di Salerno, con De Luca ritenuto il ‘dominus’, anche quando ricopriva solo il ruolo di parlamentare Ds mentre a fare il sindaco c’era il suo ex capo della segreteria politica, Mario De Biase.

La vicenda ebbe inizio nei primi anni 2000. Ed ebbe uno snodo importante nella variante approvata in consiglio comunale il 28 marzo 2003 per trasferire le Manifatture cotoniere meridionali (Mcm) di proprietà di Lettieri dall’area delle Fratte alla nuova zona industriale ASI. Operazione poi perfezionata l’anno successivo con una nuova delibera, la 16/2004, passata con il voto contrario del centrodestra, dei Verdi e di Rifondazione Comunista, che garantivano alla Salerno Invest di poter avviare un nuovo intervento a Fratte. La manovra urbanistica, ritenuta all’epoca illegittima dal pm di Salerno Gabriella Nuzzi, prevedeva oltre alla delocalizzazione della Mcm in zona ASI, la realizzazione a Fratte al posto della vecchia industria tessile di una struttura polivalente, con centro commerciale, supermercato Coop e il recupero della palazzina Liberty. Il Comune avrebbe ottenuto la palazzina degli uffici e una serie di opere pubbliche, tra cui l’ampliamento della strada, parcheggi e verde attrezzato. Costo presunto complessivo di circa 110 milioni di euro, che se portato a termine avrebbe dato lavoro a 1500 persone.

Il supertestimone dell’inchiesta, l’ex assessore all’Urbanistica Fausto Martino, sentito il 4 giugno 2006 dal pm Nuzzi raccontò di un incontro svoltosi nel 2002 nella palazzina Liberty tra Lettieri, De Luca (all’epoca semplice deputato Ds) e due funzionari comunali in cui il proprietario di Mcm “manifestò la volontà di delocalizzare l’impianto perché diceva di non avere prospettive industriali in quella zona”. Agli atti vennero allegate intercettazioni telefoniche in quantità, dalle quali emergeva, secondo l’accusa, “una realtà politico-amministrativa ambientale tale da poter giustificare un’iniziativa del pm orientata nei confronti di un singolo centro di potere burocratico-amministrativo”. La Procura individuò dieci presunti falsi, commessi tra il 2002 e il 2004, nonché la presunta truffa aggravata commessa dagli amministratori pubblici in concorso con Lettieri. Nel 2005 gli avvisi di garanzia, il 29 aprile 2009 il decreto di rinvio a giudizio. Alla notizia della fissazione del processo, Lettieri replicò: “La mia azienda e io non abbiamo avuto alcun trattamento privilegiato, essendo prevista la riqualificazione dell’area di Fratte fin dal piano Bohigas del 1995. Inoltre l’iter amministrativo è durato ben 7 anni, con costi abnormi per l’Mcm, con l’impegno di mantenere gli impegni occupazionali e con l’ulteriore costo di 22 milioni di euro per il nuovo stabilimento”. La riqualificazione dell’area di Fratte non è stata più ultimata. 

“Confidavamo in questo esito e per questo avevamo rinunciato alla prescrizione – commenta l’avvocato Arnaldo Franco, difensore di uno degli imputati – e ci colpisce che il giudice adottando la formula ‘il fatto non sussiste’ abbia superato la richiesta assolutoria del pm ‘perché il fatto non costituisce reato’. Circostanza che ci fa ritenere che la motivazione tratterà una radicale insussistenza degli addebiti mossi agli imputati”.