Ora tocca a noi. Il rottamatore è stato chiaro: non ci saranno appelli, rinvii, dilazioni. È il nostro turno. Dove “nostro” sta per una generazione – i quarantenni – che fino a oggi è rimasta al palo, anche perché uccidere i padri è compito oneroso. Ci vuole coraggio, le rivoluzioni non sono confortevoli. Individuarsi costa fatica, necessita di creatività, ambizione, molta forza per sostenere il conflitto. Merito di Renzi aver capito il tempo giusto per mettere in scena e vincere questa battaglia. Per ora, esclusivamente anagrafica. Bisogna chiarire innanzitutto – Civati l’ha sottolineato più volte – che a quarant’anni si è giovani solo perché non ci si può ancora definire vecchi: ma è l’unica ragione. Possono dirsi giovani nel senso di innocenti, vergini. Nuovi, certo più di una classe politica che si è accomodata per decenni nei palazzi del potere, scavalcando senza fare una piega le Repubbliche (e perfino epocali scandali giudiziari).

Su questo giornale, ieri, Antonello Caporale ha scritto: “Avevamo bisogno solo di tanta gioventù. Non di un’idea, né di un pensiero”. E qui sta il punto: può il “patto generazionale” fondarsi esclusivamente sulla carta d’identità? No, pur dovendo riconoscere l’ineludibile necessità di un ricambio. Al quale non ci si può sottrarre per diverse ragioni: il fallimento dei predecessori, un’ormai eversiva lontananza tra rappresentati e rappresentanti, soprattutto la sempre più diffusa sofferenza nel paese. Non diciamo giovani, però: giovani sono i ventenni che hanno di fronte la disperazione dell’incertezza (ma almeno hanno un patrimonio ancora intatto: “La giovinezza è un insieme di possibilità”, scrive Camus).

Si è parlato anche – con insopportabile enfasi – della rivoluzione rosa nella segreteria politica del nuovo leader. Ora, deve essere chiaro che una parità autentica è quella che non ha bisogno di numeri sbandierati (7 donne – 5 uomini). Non ha senso dirsi felici perché la segreteria è giovane e rosa: sono due meri fatti, non necessariamente portatori di progetti. Per adesso possiamo solo aspettare di vedere quel che faranno, quale azione politica metteranno in campo, quali idee nuove (nel senso dell’innovazione) porteranno. Altrimenti non basterà una classe politica di “giovani, carini e occupati”, non basteranno gli slogan, le “convention”, gli “staff”, le “start up”, gli eventi “cool”, le atmosfere pop, i lustrini, la musica martellante. “I don’t care”. Davvero, chi se ne importa dell’apparato scenico? Nel caos si nasconde il vuoto, nel rumore – e in questa fase del nuovo Pd c’è fin troppo – non si distinguono le parole. Si sono evocate, spesso a sproposito, due categorie – destra e sinistra – nel tentativo di collocare la svolta renziana. Ma è difficile, perché non ci sono più punti di riferimento, né in termini ideali né di contrapposizione.

Ne è una prova il lapsus della neo responsabile giustizia di Renzi, l’onorevole Alessia Morani, che a Otto e mezzo ha chiamato il partito di Alfano “Nuovo centro democratico”. Di sicuro si sono sentite poco parole come “uguaglianza”, “legalità”, “solidarietà” che hanno fatto parte del lessico della sinistra. I pantheon non vanno di moda (oltretutto è parola greca e non inglese) e senza dubbio è più “cool” Mandela di Berlinguer: rottamare il Pci – estinto da tempo, non certo dal sindaco di Firenze – significa anche dimenticare che ruolo ha avuto quel partito nella storia d’Italia del secondo Dopoguerra. E se oggi la più grande formazione politica della sinistra tornasse a interessarsi davvero di lavoro e salari forse tamponerebbe l’emorragia di consensi.

Bisogna essere assolutamente moderni, abbiamo capito. Ma qualcuno sa spiegare perché? E soprattutto: qual è la visione della società, quali sono i valori che ispirano l’operare politico? Attorno a questo si stringono alleanze, altrimenti è solo una sostituzione nei centri del potere. Matteo Renzi ha detto che con Letta “lavorerà bene”: per adesso – ovviamente è prestissimo non sembrano esserci all’orizzonte rotture con quei “professionisti dell’inciucio” evocati nel discorso di domenica. Dunque, rivoluzione o conformismo? Tra questi due poli – di solito appaiati a giovinezza e maturità – si giocherà tutto. Picasso diceva che a 12 anni dipingeva come Raffaello, ma che aveva impiegato tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino. Ci si mette molto tempo a diventare giovani.

@silviatruzzi1 

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2013