C’era un accordo commerciale tra la Federazione italiana medici di famiglia e la Cogedi International S.p.A., la società produttrice delle acque minerali Uliveto e Rocchetta alla base della campagna pubblicitaria con la quale, nei mesi scorsi, quest’ultima ha tempestato i consumatori italiani di messaggi attraverso i quali esaltava le funzioni salutistiche delle sue “acque della salute”, facendo leva, sulla fiducia che, tradizionalmente, i pazienti ripongono nei medici di famiglia.

E’ questa la scioccante verità che emerge dal provvedimento con il quale lo scorso 6 novembre l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato ha condannato la federazione dei medici di famiglia e la società produttrice di acque minerali a 130 mila euro di sanzione – 30 mila per la prima e 100 mila per la seconda – per aver ingannato i consumatori.

Il pactum sceleris tra medici e produttori di acqua minerale prevedeva che i primi mettessero la loro faccia, autorevolezza e credibilità nelle pubblicità dell’acqua minerale senza, peraltro, aver svolto direttamente alcun esame sulle qualità salutistiche reclamizzate e affiggessero nei propri studi medici dei vistosi manifesti pubblicitari con impressa l’immagine di un medico ed il claim: “Uliveto e Rocchetta acque della salute sono preziose alleate della tua salute. Chiedi consiglio al tuo medico di famiglia”.

Il tutto per una manciata di borse di studio che, secondo quanto appurato dall’Autorità Garante non sarebbero mai neppure state assegnate e 100 crociere in cabinato nell’arcipelago toscano.

Altro che deontologia e giuramento di Ippocrate.

Svendevano la propria anima – scriverebbe, probabilmente, un bravo sceneggiatore cinematografico – ai signori delle acque minerali per una manciata di euro.

E mentre i produttori delle “acque della salute” si fregavano le mani pensando alle decine di milioni di euro di fatturato che affluivano nelle loro tasche, i medici di famiglia – o meglio l’associazione sindacale che li rappresenta – raccontavano ai pazienti una lunga serie di mezze verità su due acque minerali che, molti di loro, probabilmente non hanno neppure mai bevuto.

Guai, però, a non dire che l’iniziativa non è andata giù, sin dal primo momento, a molti medici di famiglia che, infatti, hanno preso carta e penna e scritto alla loro federazione, rifiutandosi di affiggere la locandina pubblicitaria nei loro studi e chiedendo conto di quanto stesse accadendo, fino a spingere la federazione a modificare, anche se solo parzialmente, le regole del concorso.

Per qualche medico che – per dirla ancora alla maniera cinematografica – ha davvero scelto di vendersi l’anima al diavolo, tanti, evidentemente, hanno mantenuto fede al giuramento di Ippocrate.

Ma 30 mila euro di sanzione pecuniaria sono abbastanza per stigmatizzare un episodio di inaudita gravità e che getta discredito e sfiducia su un ruolo chiave del sistema sanitario nazionale?

La sensazione è che sia urgente una risposta ben più dura da parte dell’Ordine dei medici verso chi – per superficialità o convenienza economica – ha sbagliato ed una altrettanto dura reazione dei medici di famiglia fedeli ad Ippocrate contro chi li ha così malamente rappresentati.

C’è un danno all’immagine del medico di famiglia di incommensurabili dimensioni che andrebbe quantificato per ottenerne poi un risarcimento da destinare ad attività di ricerca magari proprio finalizzata a cercare, finalmente, di far luce su quanto, davvero, le acque minerali siano salutisticamente importanti nella nostra alimentazione.