Non poteva certo fingere che il problema non esistesse, papa Francesco. E neppure gli otto cardinali che collaborano col pontefice. Viene annunciata, così, la costituzione di una commissione ad hoc per la protezione dei bambini e la prevenzione degli abusi sessuali.

E’ inevitabile ripensare al National Review Board, il comitato istituito nel 2002 dai vescovi statunitensi per indagare sulle accuse di abusi nella Chiesa in America. Quello che il comitato scoprì, divenuto noto come John Jay Report, era un comportamento sistematico, da parte dei vescovi: insabbiamento e trasferimento del sacerdote pedofilo ad un’altra parrocchia. Il quadro che emergeva era talmente agghiacciante che il presidente del comitato, l’ex governatore dell’Oklahoma, Frank Keating, si dimise dall’incarico e ai giornalisti disse: “I preti non obbediscono ai mandati di comparizione, fanno sparire i nomi degli stupratori. Questa è un’organizzazione criminale, questa è Cosa Nostra, non è la mia Chiesa”.
Ecco, se non si affrontano alcuni temi basilari, sono inutili comitati, protocolli di protezione, schede di valutazione psichiatrica, assistenza spirituale e tentativi di recupero.

Partendo dal principio, è necessario rivedere le norme di segretezza contenute nel Crimen Sollicitationis, il documento redatto nel 1962 dal cardinale Ottaviani, che prescrive ai vescovi come comportarsi  quando un sacerdote viene denunciato per abusi su minori. Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. Una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.

A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a “lavare i panni sporchi in famiglia”. Solo che, con l’andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

Non è neppure lontanamente pensabile la possibilità di “recuperare” i preti pedofili. La pedofilia è una devianza dalla quale non si “guarisce”. Hanno provato a “curare” i sacerdoti che abusavano dei bambini fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una congregazione religiosa vi si dedicò quasi esclusivamente: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli “addetti ai lavori”, la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all’assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.

Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni Cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata al cofondatore della congregazione, scriveva: “Non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l’ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. […] Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente.”

Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. In realtà, Jemez Springs divenne nota come “il carcere dei preti” e funzionò come un “parcheggio” per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l’esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel ’91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

Se si vuole davvero cambiare, non basta essere informati su come sia la situazione. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come “Il manuale“, redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

Un altro rimedio peggiore del male fu, nel 2001, la risoluzione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, a quell’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori. Praticamente, la direttiva chiede ai vescovi di trasmettere al Vaticano tutti gli incartamenti relativi ai casi di abusi. Significa che qualunque magistrato voglia accedere a quei documenti non dovrà disporre solo di un’autorizzazione della Corte, ma dovrà ricorrere alla rogatoria internazionale, cioè chiedere ad uno Stato straniero, il Vaticano, di rendere disponibili i documenti. Quante volte il Vaticano ha risposto positivamente ad una rogatoria? Mai.  

E poi resta il nocciolo fondante, quello reale: l’educazione sessuofobica impartita nei seminari. Nei seminari minori, in particolare, dove i ragazzini entrano a 11 o a 12 annil’educazione sessuofobica tipica di queste strutture può avere effetti devastanti: la donna può divenire, nell’immaginario inconsapevole, una figura angosciante e castrante, innescando così quella che viene definita “omosessualità situazionale”. Senza contare il fatto che, in un ambiente a “sesso unico” e con standards educativi di questo genere, si viene lasciati completamente soli ad affrontare le prime pulsioni sessuali dell’adolescenza. Sperimentando il sesso, in molti casi, in maniera onanistica o con rapporti omosessuali. In alcune circostanze, il processo di crescita individuale, che coinvolge anche la sfera della sessualità, si “fissa”all’adolescenza, dando luogo ad una sessualità efebofila: l’efebolifilo è, emotivamente, un adolescente, dal punto di vista sessuale, anche quando ha passato da decenni l’età dell’adolescenza. Tuttavia, essendo rimasto un “adolescente mentale”, ricerca il sesso con “coetanei”, quindi con altri adolescenti.

Se non si parte da qui, qualsiasi cambiamento resterà pura utopia.