Tachicardia e cellulosa. Il cuore comincia a battere forte, ma l’esperienza e i sette anni di lavoro risolvono presto tutto, la mano non trema e indirizza con precisione forbici e bisturi. Paola Ferrari è la riparatrice senior e le pellicole di grandi capolavori della storia del cinema arrivano da ogni parte del mondo per passare dalle sue mani al laboratorio l’Immagine ritrovata. Piccola officina delle meraviglie nel cuore di Bologna, alle cui cure Martin Scorsese non ha esitato ad affidare il Gattopardo e C’era una volta in America.

Sul tavolo di lavoro di Paola possono comparire i diciassette metri di un negativo datato 1900 e firmato Auguste e Louis Lumière: “Ci metto anche una giornata a salvare un rulletto di questi, perché ovviamente sto in tachicardia a toccarlo… Se c’è da fare interventi su un negativo del genere la tensione è tanta e qualche volta può capitare di fare danni che bisogna essere bravi a risolvere ulteriormente. Queste pellicole così antiche sono molto fragili, come le tocchi si rompono, e richiedono ore e ore di lavoro. Ogni tanto arriva lo sconforto. Ma poi è una grande soddisfazione lavorare su Chaplin, su Sergio Leone o su Il gabinetto del dottor Caligari del 1920, che sarà pronto per la Berlinale di febbraio”.

Video di David Marceddu

La bottega dei sogni è tra i muri di quella che un tempo fu la Manifattura tabacchi. L’arte, come la vita, spesso vince, mai senza scommesse rischiose. Gianluca Farinelli è il direttore della Cineteca di Bologna, centro nevralgico di un’impresa romantica che non finisce con la conservazione dei capolavori. L’ultima trovata è “un azzardo kamikaze”, come lo definisce Farinelli: “Stiamo riportando nelle sale – il progetto si chiama il cinema ritrovato al cinema – i film che restauriamo”. Proprio stasera sarà possibile, in una trentina di sale in tutta Italia, accomodarsi in poltrona e vivere l’esperienza di vedere su grande schermo un’opera di Mario Monicelli del 1960: Risate di gioia, interpretato da Totò, Anna Magnani e Ben Gazzara. “Si tratta di un film – spiega Farinelli – che dimostra come la storia del cinema non sia mai definitiva. Nel ’60 non ebbe grande successo, ma oggi può essere riconsiderato e rivalutato. È un film diretto da un Monicelli in grande forma, che addirittura si permette di fare uno sberleffo alla Dolce Vita del collega Fellini”.

Dai negativi dei fratelli Lumière alla perfezione del digitale
Dal grande schermo ritorniamo alla bottega dei sogni. Mentre Paola, insieme ad altre sei colleghe, continua gli interventi a cuore aperto e stupisce i visitatori armeggiando prima con un Chaplin del 1915 e poi con “Per un pugno di dollari”, Marianna De Santis, responsabile del laboratorio, spiega: “Quando si è deciso che un restauro si fa le pellicole arrivano in questa stanza. Per prima cosa valutiamo il materiale, stabiliamo quali interventi di riparazione bisogna eseguire su pellicole molto antiche passate per anni da proiettori e altre macchine che ne hanno compromesso l’integrità fisica. Quella che noi ricostruiamo prima di passare il tutto alla stanza di fronte”. Per passare nella stanza di fronte, appunto, bastano pochi passi e due porte da aprire, ma la sensazione è quella di un salto di epoca. Non si vedono più camici bianchi, bisturi, colla e forbici. Ci sono luci soffuse e una decina di computer con giovani impegnati, sotto la guida della responsabile Celine Pozzi, alla ripulitura in digitale, che può durare anche mesi su un singolo film. Fotogramma per fotogramma.

Al laboratorio lavorano una settantina di persone, ai vertici il direttore Davide Pozzi e la vicedirettrice Elena Tammaccaro. Si emoziona raccontando dell’impresa di C’era una volta in America, il capolavoro del 1984, firmato da Sergio Leone, restaurato dall’Immagine ritrovata di Bologna su richiesta della Film Foundation di Scorsese e riproposto nelle sale con grande successo lo scorso anno. “Abbiamo lavorato alla versione lunga – racconta Elena – dopo aver ritrovato in un fondo di circa 120 rulli – conservati nel garage di una delle ville romane di Sergio Leone – i venticinque minuti in più che Leone avrebbe voluto nel montaggio definitivo, ma che poi per motivi di produzione furono tagliati. Cercare e trovare questi venticinque minuti in quei 120 rulli conservati in scatole arrugginite è stato molto emozionante. Avevamo sempre sentito parlare dei venticinque minuti in più che recuperano l’idea originale di Sergio Leone. Claudio Mancini, produsse il film e ha collaborato anche al restauro, ci ha raccontato di aver assistito a una proiezione a casa di Sergio Leone, dopo la fine delle riprese, in cui C’era una volta in America era uguale alla nostra ricostruzione. Quindi prima del nostro restauro in quella versione fu vista una volta soltanto. Per questo restauro avevamo a disposizione una copia positiva d’epoca conservata molto bene, si tratta della copia personale di Martin Scorsese, gli fu donata proprio da Sergio Leone”.

La Cineteca di Bologna è una fondazione, primo socio il Comune, con un bilancio di 3 milioni e mezzo l’anno, il Laboratorio Immagine ritrovata è una srl. Lavorano a braccetto, nello stesso storico edificio. Una storia cominciata nel 1962, come racconta il direttore Farinelli: “Il Consiglio comunale su proposta di un gruppo di intellettuali e dell’assessore alla cultura Renato Zangheri, poi divenuto sindaco, votò la creazione della commissione cinema. Quell’atto storico e visionario fece nascere a Bologna una cineteca. Perché si pensava che una città così importante avrebbe dovuto dotarsi di strumenti in tutte le arti, cinema compreso. Lo scopo era il sostegno ai film d’autore e la conservazione delle pellicole. Successivamente arrivò la sala Lumière, che ha tutt’ora una programmazione densissima di capolavori, e nel 1986 il festival Cinema ritrovato. Con grande anticipo a livello mondiale a Bologna nacque l’idea di far rivivere i grandi film del passato e anno dopo anno quello che era un esperimento azzardato è diventato un festival da duemila accreditati provenienti da quarantasette nazioni. A fine anni ’80 l’altra meravigliosa intuizione è quella di creare un laboratorio per il restauro, oggi punto di riferimento internazionale. Tanto che il nostro lavoro di restauro del patrimonio di Chaplin nasce durante un festival incontrando gli eredi di Charlot. Tredici anni dopo quella chiacchierata siamo quasi alla conclusione”. E Charlie Chaplin, a Bologna, può finalmente diventare eterno.

Twitter @viabrancaleone

da il Fatto Quotidiano del 9 dicembre 2013