La spudorata corsa a riciclarsi nel renzismo di larga parte della nomenklatura di centrosinistra – ossia gente rotta a ogni cambio di casacca e ormai grottesca nella pratica del triplo salto carpiato opportunistico (un po’ come quello nel cerchio di fuoco dei gerarchi panzoni del Ventennio) – dice molto sulle dinamiche in atto nel perimetro del Partito Democratico. In larga sintesi, le residue nomenclature burocratiche (di cui Massimo d’Alema è storico riferimento e lord protettore) si mimetizzano nelle pieghe del pur nobile discorso “rosso antico” di Gianni Cuperlo, le frange ancora idealistiche e sognatrici si raccolgono attorno all’immagine sbarazzina e fuori dai giochi di corridoio del Pippo Civati. Ma il grosso del corpaccione inerte di quel che resta dei mastodonti partitici della Prima Repubblica sceglie Matteo Renzi. Per una ragione che si ha perfino la sfrontatezza di esplicitare: Matteo vince!

Insomma, l’unica ragione effettiva (e intimamente contraddittoria) per una scelta che tende a far diventare il PD un organismo geneticamente modificato (una “cosa” venuta dallo spazio profondo del blairismo di decenni fa, come ibridazione del thatcherismo/reaganismo con dosi di benevolenza paternalistica e tanta mediatizzazione: “la Terza Via come Prima Via con un po’ di zucchero”); ebbene, quell’unica ragione è il mero calcolo di interesse per la propria sopravvivenza.

Purtroppo la politica è anche questo. Specie se diventa una pratica riservata a cinici imprenditori di se stessi. Con un dubbio comunque inaggirabile: e se il calcolo delle convenienze si rivelasse sbagliato?

L’intera questione ruota attorno a un assunto: per battere l’immortale Berlusconi occorrerà mettere in pista un competitor in grado di sfidarlo sul suo stesso terreno. Ossia nella dimensione comunicativa. Sicché Renzi – presunto brand più trendy e smart di quello ormai usurato del vecchio sporcaccione condannato in Cassazione – potrebbe assicurare un sfondamento di marketing nelle fasce di mercato controllate dalla concorrenza. Tra l’altro, nella presunzione che il cambio di marchio (e relativi messaggi identificanti) non creerà defezioni nella tradizionale clientela “captive” (il popolo che vuole votare a sinistra).

L’impalcatura tattica parte da una premessa che – una volta smentita – può far crollare l’intera costruzione: Berlusconi come fenomeno mediatico. Certo, è anche questo. Ma siamo sicuri che sia solo questo? Lo pensavano – illudendosi – quanti a suo tempo gli candidarono contro Francesco Rutelli, perché “più telegenico”; e preferirono dimenticare come proprio una negazione del mass-market – quale Romano Prodi – avesse sconfitto per ben due volte il tycoon di Arcore.

Questo perché Berlusconi è prima di tutto e soprattutto “un fenomeno sociale”, espressione e massimo aggregatore di uno spezzone di Paese che corrisponde a circa un quarto dell’intero corpo elettorale. Quel conglomerato di risentimenti e protervie che si riconobbe in lui già al tempo della sua “discesa in campo”; e continua a seguirlo in quanto garante – prima di tutto – di un modo di essere: l’Italia del familismo amorale che si è mescolata con la neoborghesia cafona; Mastri don Gesualdo e quelli del SUV parcheggiato in terza fila.

Presumere il disinnesco di questa relazione esclusivamente interpersonale (il motivo per cui Berlusconi non può avere eredi) con le giuggiole renziane può rivelarsi un calcolo profondamente sbagliato. Comunque rivelatore non solo del cieco istinto di sopravvivenza in notabili per tutte le stagioni, oggi al seguito di un infiocchettatore di banalità imbonitorie. Rivela l’incapacità elaborativa del partito tuttora più grosso. Una sorta di pigrizia mentale che alle riflessioni sulla composizione sociale di questo Paese in profonda trasformazione (o involuzione), preferisce le trovate e le battute.

L’idea, che potrebbe rivelarsi ancora una volta foriera di sconfitte, per cui si marginalizza l’invecchiato primattore della Seconda Repubblica, ormai ridotto a un mascherone vizzo e pittato, facendogli scippare la parte da un attor giovane forte soltanto della propria spregiudicatezza chiacchierina.