Giornalista e scrittrice, Sandra Petrignani vive a Roma ma si è ritagliata uno spazio per lo spirito nella campagna umbra. È da lì che guarda alle cose del mondo e dell’Italia. Autrice negli anni ’80 e ’90 del romanzo postmoderno Navigazioni di Circe (premio Morante opera prima), del Catalogo dei giocattoli, delle interviste a grandi scrittrici italiane Le signore della scrittura, e poi di La scrittrice abita qui, Care presenze, Ultima India, è un’autorevole voce della cultura italiana.

Lei inizia il suo libro “Addio a Roma” ricordando la magia dell’anno 1952 con l’inizio delle riprese del film “Vacanze romane” e il fermento culturale della capitale. Quali sono le differenze che nota oggi?
Le differenze sono tante, ma forse quella più evidente è il clima di allegria e fiducia nel futuro che c’era allora, nonostante l’enorme povertà in cui si viveva. Uscendo da grandi tragedie storiche e personali, ci si buttava nella vita con una fame di bellezza, leggerezza, affermazione, amore. E per affermazione non intendo arrivismo. Si voleva (almeno in campo artistico-letterario) diventare grandi. Non famosi, grandi. E questa grandezza non era legata – come oggi – a un buon sostegno pubblicitario, alla scommessa di una casa editrice o di un mercante su una determinata personalità, ma era la conseguenza di un percorso, del valore, dell’impegno del fare artistico. A decidere della grandezza di un singolo era la comunità o società letteraria, non il posto in classifica. Intorno al fare artistico c’era insomma un’aura. Oggi è esilarante, per non dire pietosa, l’inconsapevolezza e l’ignoranza di tanti che vogliono scrivere e si pretendono scrittori solo per aver messo parole in fila e aver costruito uno straccio di trama nella totale ignoranza di libri fondamentali che si sono ben guardati dal leggere. Roma, centro del mondo culturale. Da Pasolini a Moravia, da Fellini agli autori americani e poi gli artisti.

Roma come Parigi e di conseguenza l’Italia al centro del movimento culturale. Quando a suo giudizio è finita quella magia?
Anche se gli anni ’60 sono stati a loro modo grandiosi, ricchissimi artisticamente, letterariamente, cinematograficamente, musicalmente segnati dalla Contestazione studentesca e da rivolgimenti sociali molto potenti, è proprio in quel periodo che si è radicata la trasformazione, la perdita della “magia”, se vogliamo definirla così. Lo sviluppo del nostro paese ha sacrificato completamente, colpevolmente, la tradizione rurale, per una corsa all’industrializzazione, alla cementificazione sconsiderata, e favorendo l’asse Roma-Milano-Torino nei collegamenti, per dirne una, contro un’idea di armonia, di giustizia, di uguaglianza. Il favore di cui hanno goduto gli Agnelli è all’origine di tanti sbilanciamenti che hanno poi gravato sul Paese, sulla sua coesione. Si è radicata la contrapposizione operaio-padrone in un disegno parallelo a quel che succedeva in politica con la divisione manichea destra-sinistra. E oggi siamo ancora in questa logica, senza che si siano costruiti due partiti di possibile alternanza.

Il mondo continua a guardare a Roma, così come a Firenze e a Venezia, al Rinascimento e agli anni che lei descrive nel libro. Cosa non siamo stati capaci di costruire?
La coesione, la fierezza, il senso di essere un popolo al di là dei diversi orientamenti politici. Il senso dello Stato e dell’onestà rispetto alla cosa pubblica. In una società sana questo senso dovrebbe essere vincente e i truffatori una minoranza da perseguire. Da noi è successo il contrario. Ma non da oggi. Ho ancora nelle orecchie le parole di mio padre, quando ero piccola, che diceva che in Italia essere onesti equivale a essere considerati degli stupidi.

Pasolini utilizzò la metafora della morte delle lucciole per denunciare la fine di una certa Italia. Quali lucciole sono morte in questi anni?
La lucciola che avrei voluto consegnare a mio figlio è la possibilità di dirgli: «Bravo! Hai talento, sei generoso, sei colto, sei fiducioso: vai avanti così e fatti strada. Con queste doti le porte ti si apriranno per la forza delle cose». Ma è una lucciola che era già morta quando ho cominciato io a muovermi nei giornali, nella letteratura. Ho scelto di contare solo sulle mie forze, per una forma di orgoglio o di ingenuità forse – o perché mi sembrava che la lucciola non fosse morta, ma solo acciaccata – e naturalmente il mio cammino è stato – ed è – più lungo, accidentato, meno luminoso, molto meno facile, di quello di tanti altri che hanno saputo rapidamente adeguarsi ai tempi.

Qual è, a suo giudizio, il male più grave degli italiani? Siamo come scrisse Leopardi un paese senza spirito pubblico e dove, in quanto a morale più sprovveduti “di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea e civile…?”.
Penso esattamente questo. E aggiungo: abbiamo non so quale maledizione che ci spinge a costituire sempre e dovunque delle bande. Per fortuna non sempre armate. Insomma siamo molto portati a «fare squadra», non coltiviamo l’orgoglio, la follia, l’irriducibilità, l’indipendenza che dovrebbe essere inscindibile da una personalità artistica.

Lei ha fiducia nella politica?
Quale politica? Ma come si fa a non avere fiducia nella politica, mi domando. Dobbiamo averla per forza. Dobbiamo cercare di eleggere le persone migliori. Non i partiti, le persone. Se no, dobbiamo arrenderci e dire: non ho fiducia nella società, voglio tornare allo stato selvaggio!

Un giudizio sui giovani italiani?
Sono per partito preso dalla parte della giovinezza. Proprio perché viviamo in società sempre più vecchie. Mi piacciono i giovani, italiani e non italiani, che non hanno ancora preso nei confronti della vita un atteggiamento opportunista. Mi piace la generosità della giovinezza, la possibilità dello spreco del tempo, del talento, dei sentimenti. I giovani sono quanto resta delle personalità artistiche non organizzate che non si vedono più in circolazione. Quando questi giovani vengono descritti solo per certi loro atteggiamenti esteriori, senz’anima, ironicamente e con superiorità dagli adulti, per fissarli come farfalle inchiodate da uno spillo a un’immagine ridicola da gag televisiva, penso che da buttare non siano loro, questi ragazzi misteriosi, ma i loro genitori pieni di sé e della loro inguaribile spocchia.