“Nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della sua pelle, per la sua storia o per la sua religione. Le persone devono imparare ad odiare e, se possono imparare ad odiare, gli può essere insegnato l’amore, anche perché l’amore arriva più facilmente al cuore umano che il suo contrario”.

Non è passato molto dalla notizia della morte di Nelson Mandela che, ad Harlem, lo storico teatro Apollo, ha illuminato le insegne in sua memoria scrivendo “ha cambiato il nostro mondo”. Solo pochi minuti prima, Barack Obama, il primo presidente americano nero aveva reso personalmente omaggio dalla Casa Bianca al primo presidente nero africano. Aveva reso omaggio a colui senza il quale, oggi, probabilmente, lui non sarebbe presidente.

C’è un filo che lega la storia, da un continente all’altro, da un secolo all’altro. E’ fatto di persone più che di eventi. Di persone che con la loro vita hanno segnato, nel bene e nel male, il nostro futuro. Persone a volte “semplici”, come Rosa Parks, che si sedette in un autobus “perché era stanca”, in barba agli infami divieti che riguardavano quelli con il colore della sua pelle. Quel colore tanto odiato dai bianchi. Ancora oggi tanto odiato da tanti bianchi.

Perché l’odio si insegna, appunto. E lo insegniamo ai nostri figli senza nemmeno accorgerci che in quel modo gli stiamo rubando il futuro, la libertà, la felicità e l’essenza stessa del significato della vita.

Nessuno, sicuramente non io, ha parole adatte per rendere onore alla memoria di un uomo come Nelson Mandela, sopravvissuto alla stortura più atroce dell’umanità: il razzismo. Ogni parola suonerebbe stonata di fronte alla grandezza “semplice” di quella superiorità espressa dalla sua capacità di perdonare.

“Senza il perdono, non esiste futuro”, questo, però, è ciò che ripeterò a mio nipote, diverso da me per colore di pelle, ogni volta che sarà insultato o offeso o messo da parte. Perché possiamo scegliere, e Mandela ce lo ha insegnato, fra dedicare la nostra vita a qualcosa che vale, come insegnare l’amore, o sprecarla inutilmente.