L’addio che il Sudafrica sta tributando a Nelson Mandela è all’uomo. Del suo esempio, delle idee, del sogno che ha voluto condividere con i sudafricani, il Paese avrà invece ancora bisogno, scrive il Mail&Guardian nell’editoriale di ricordo del padre della lotta contro la segregazione razziale, primo presidente nero del Sudafrica e fautore della riconciliazione con i bianchi, morto ieri all’età di 95 anni.

A dire il vero, continua il commento, non si tratta del primo saluto. Ci furono quello da presidente nel 1999; quello da figura ispiratrice per tutti i cittadini quando si ritirò dalla vita politica e ancora una serie di prematuri addii per i bollettini medici che mettevano in apprensione.

“Abbiamo avuto bisogno di lui, ne abbiamo oggi e ne avremo ancora. È il magnete cui il viaggio della nostra nazione deve tendere”, scrive ancora il giornale sudafricano. Per dirla come Lydia Polgreen sul New York Times, la morte dell’icona per la democrazia lascia il Paese senza il suo centro morale e con una crescente disaffezione per i leader politici in carica. Nell’ultimo anno e mezzo il Sudafrica ha attraversato quelli che “sono forse stati i più seri disordini dalla fine dell’apartheid” per gli scioperi dei minatori, la dura risposta della polizia – ci furono almeno 34 morti il 16 agosto dell’anno scorso- e la lotta di potere interna all’African national congress, il partito di governo.

“Gli scandali che hanno coinvolto alcuni degli alti esponenti del partito hanno alimentato la percezione che l’eredità di Mandela, vicina alla santità, sia stata erosa dalla corsa all’arricchimento delle nuove élite”. Secondo un recente sondaggio dell’Istituto per la giustizia e la riconciliazione, le disuguaglianze sociali sono il principale ostacolo all’unità della nazione. Lo pensa così quasi il 28 per cento della popolazione, mentre la questione razziale scivola al quarto posto. Dal sondaggio emerge inoltre un calo del 10 per cento della fiducia nel governo nazionale rispetto al 2012 e un aumento del 13 per cento dei cittadini che ritengono l’esecutivo disinteressato ai cittadini comuni.

L’indice di Gini, che indica i livelli di disuguaglianza, è salito dallo 0,59 del 1993 allo 0,63 del 2009, dove ‘zero’ è l’eguaglianza perfetta e ‘uno’ indica il massimo della disparità. Il tasso di disoccupazione nel Paese che rappresenta la S nell’acronimo Brics delle potenze emergenti è invece del 25 per cento. Altri dati evidenziano invece come l’Anc, che dal 1994 ha vinto tutte le elezioni parlamentari con risultati superiori al 60 per cento, potrebbe scendere sotto questa cifra simbolica, mantenendo comunque il potere. Come ricorda il Mail & Guardian il partito senza il quale lo stesso Mandela disse di “essere niente”, sembra lontano dall’esortazione del Nobel affinché tenga “la gente in cima alle proprie preoccupazioni”.

Ryan Irwin, su Foreign Affairs sottolinea come un altro Mandela non necessariamente potrebbe guarire il Paese dai mali di cui soffre. “Nel ventunesimo secolo il Paese non ha bisogno di speranza e attivismo, ma tecnocrati e ingegneri per trovare soluzioni ai problemi del degrado urbano e della povertà rurale. Questo forse sarebbe il messaggio di Mandela per le generazioni nate dopo il 1990”, scrive Irwin che cita una frase dello stesso Madiba, com’era chiamato dai sostenitori, sulla necessità di dare alle persone di valore l’opportunità di servire la propria comunità. “Il Sudafrica moderno ha bisogno di leader che possono fare il seguito, conclude l’articolo.

di Andrea Pira