Ieri pomeriggio mi ha chiamato Simonetta, un’amica che non sentivo da tempo. Era allarmatissima. Mi voleva avvisare che alcune famiglie italiane che sono andate in Congo a prendere i bambini in adozione non riescono ad uscire da quel Paese, nonostante sia tutto in ordine.

Simonetta sa bene cosa vuol dire questo, perché lei e suo marito Sergio otto anni fa andarono in Messico a prendere il loro bambino. Tutto era in regola. Tutto era pronto, anche a casa dove prima di partire avevano arredato la camera del figlio tanto desiderato. Una volta lì però non riuscivano più ad uscire per problemi di visto… non arrivava, infatti, il placet della Commissione per le Adozioni Internazionali. Non è che una cosa del genere si prende alla leggera. Il lavoro in Italia aspettava tutti e due. Sergio cominciò a fare continue telefonate a istituzioni, parenti e amici per poter velocemente rimpatriare. Macché. Giorni su giorni, rabbia su rabbia, preoccupazione su preoccupazione sono stati terribilmente fatali alla salute di Sergio. E Simonetta si è ritrovata improvvisamente sola. Madre, ma sola. Con una ulteriore difficoltà, nessuno sapeva come farla uscire da quel Paese. Non era mai successo prima. Lei era entrata in coppia e usciva da single e con un bambino adottato. Un vero calvario per Simonetta!

Ho capito bene quindi la sua ansia per altri che stanno vivendo la stessa situazione, anche se con responsabilità e sfaccettature diverse. Ma tant’è.

In Congo oggi, come Simonetta e Sergio ieri, ci sono decine di famiglie che attendono che  il Governo italiano si attivi per farli tornare. Sono arrivati il 5 novembre sicuri di poter ripartire presto, ma cavilli burocratici che nessuno sa chi li deve sbrogliare, li tiene bloccati lì. Laconici comunicati dove la ministra Kyenge si dice che segue con costante attenzione e partecipazione il problema non alleviano e confortano di certo questi genitori.

Mara Gorini, assessore di Sumirago paese in provincia di Varese, è una di queste. Lei, il marito e due figli, insieme ad altre coppie attendono che qualcuno si occupi e si preoccupi di loro. Mara è alla terza adozione internazionale e quindi non è proprio una sprovveduta. Sa bene che le procedure non sono facili e che qualcosa può sempre accadere, ma non così. Non dopo che tutto era stato accuratamente discusso a approvato dai due governi.

Certo non va sottovalutato che a settembre il Congo aveva informato tutte le Ambasciate che avrebbe sospeso per dodici mesi tutte le operazioni di rilascio dei permessi di uscita per i bambini adottati dalle famiglie straniere. Ma la situazione era stata affrontata direttamente dalla ministra  Kyenge in visita in Congo, suo Paese natale. A Kinshasa, infatti, si era incontrata con i referenti locali e raggiunto un’intesa per le adozioni considerate “in regola” e per le quali sarebbe stata rilasciata l’autorizzazione alla partenza. Che cosa doveva accadere di più? Con visti e autorizzazioni questi genitori sono partiti.

«Siamo arrivati contenti e sereni, dopo un iter approfondito e serio, con ogni documento a posto, autorizzati all’ingresso nel Paese dalle autorità competenti della Repubblica democratica del Congo e dalla Commissione adozioni italiana. Una volta lì ho potuto vedere i miei tre figli tutti insieme, un’immagine che mi resterà scolpita per sempre negli occhi e nel cuore», scrive l’assessore Gorini da Kinshasa. “Eravamo fiduciosi che tutto si sarebbe risolto in fretta. D’altronde le parole della ministra di ritorno a Roma erano state chiare“, sottolinea Mara.

E ora? Ora cinque famiglie alloggiano in una struttura – non certo un grand hotel – vicino all’ambasciata italiana. Le altre dormono “sul pavimento di una stanza dell’orfanotrofio della capitale e sprovvisto di acqua corrente”. Nonostante le garanzie della Kyenge, dunque, le adozioni sono bloccate. E nonostante che loro da lì, così come aveva fatto Sergio,  abbiano cominciato a sollecitare mezzo mondo, nulla si muove. Hanno scritto al ministero, ai capigabinetto, ai sottosegretari e alla Commissione adozioni internazionali. Ma nulla.

L’unico che si sta impegnando molto è Pio Mariani, ambasciatore italiano in Congo. Ma per loro “è il silenzio della Kyenge a far più rumore a Kinshasa”. E aspettano proprio da lei delle risposte che tardano ad arrivare. “Che nessuno pensi che siamo venuti qui senza autorizzazione” dice Mara che aggiunge: “Ogni famiglia spende circa cento dollari al giorno per stare qui a mangiare panini improvvisati, lavarsi con acqua fredda e sporca e combattere con scarafaggi e ragni grossi. I soldi oltretutto stanno finendo, e non è che si può andare al bancomat a prelevarli. Il vero dramma è che i tempi per arrivare a una soluzione dicono non essere brevissimi….”.

(continua)