[go-vèr-no] s.m.
1) Conduzione, direzione, guida di qlcu. o di qlco.: g. di una nave, della famiglia, del bestiame
2) Conduzione politica e amministrativa di uno stato e, in partic., esercizio del potere esecutivo e l’organismo istituzionale che lo esercita (in Italia, il consiglio dei ministri con a capo il presidente del consiglio)

Nella scorsa puntata abbiamo parlato dell’uso non corretto della parola crisi 

Connesso strettamente a quest’utilizzo fraudolento c’è l’equivoco generato dall’uso del termine governo e dei suoi derivati, come “governabilità”.

Il governo è espressione della maggioranza parlamentare. Il parlamento è (o dovrebbe essere) il luogo nel quale sono rappresentati gli interessi materiali e morali delle diverse componenti della società. Questi diversi interessi che possono anche essere contrapposti, si confrontano pubblicamente, secondo regola valide per tutti, e addivengono a mediazioni, a sintesi, formando alleanze che esprimono, appunto, il governo. Il quale agisce esercitando il suo potere esecutivo nel continuo confronto con gli interessi plurimi della società rappresentati in Parlamento.

Non è un caso che i costituenti, immaginando l’architettura dello Stato, abbiano pensato a una “conformazione tale da essere per se stessa una garanzia che il procedimento attraverso il quale si forma la legge [..] abbia ad assicurare un’adeguata considerazione dei diversi interessi dei quali la legge deve regolare il contemperamento”. E proprio per questo venne scelto il sistema proporzionale, perché tutela molto di più – e soprattutto in modo più trasparente ed efficace – i diversi interessi delle diverse componenti della società rispetto al maggioritario. Per questo, come nota Massimo Luciani, “l’utilità che le leggi risultino ponderatamente elaborate ha manifestamente un valore più alto che non la velocità del meccanismo che le produce”.

Inoltre, più le leggi sono figlie di un procedimento democratico e rappresentativo, più sono efficaci nel governo del Paese.

È vero che alcuni dei governi nati dopo l’introduzione del sistema maggioritario sono durati di più (il  Berlusconi II ha battuto ogni record) ma è altrettanto vero che non hanno governato alcun processo, lasciando decidere le nostre sorti ai cosiddetti “poteri forti”, alle industrie fino a che sono state tali, e poi alle banche e alla finanza.

I governi figli del sistema proporzionale, d’altro canto, magari duravano poco, ma hanno introdotto nel nostro Paese tutte le grandi riforme di sistema. La riforma fiscale, quella del lavoro, quella della scuola, quella della sanità. Riforme che poi sono state riscritte dai governi figli del maggioritario non di certo nell’interesse generale del Paese, che è appunto la mediazione tra i diversi interessi che compongono una società complessa.

Quelle fatte dai governi figli del maggioritario sono tutte “riforme” che fanno l’interesse del privato rispetto non solo rispetto alla valorizzazione e alla crescita dei beni comuni, ma persino alla loro salvaguardia. Mentre quelle fatte con il sistema proporzionale sono figlie delle mediazioni tra le varie componenti della società e anche tra queste e i poteri forti e esterni alle istituzioni (allora erano le grandi potenze che agivano in modo anche devastate attraverso l’uso dei servizi segreti e il vaticano, oltre ai grandi potentati economici).

L’inghippo è la confusione tra governabilità e governo: la prima una condizione puramente teorica e astratta (la governabilità è una condizione) il secondo un processo assolutamente concreto e fondamentale per i cittadini di un Paese.

Il sistema maggioritario, che prevede sostanzialmente la riduzione dei moltissimi interessi delle diverse componenti di una società a due grandi poli impone che le mediazioni per costruire le aggregazioni siano fatte prima e in segrete stanze, in modo non trasparente e senza che chi le compie debba quindi rendere conto ai propri (sempre più teorici) rappresentati.

Non vogliamo arrivare all’indecenza del Porcellum, basta il fatto che sottraendo alla sfera pubblica (quale è un Parlamento) i meccanismi che portano alla mediazione si rende infinitamente più forte l’interesse unico di chi è più potente, indipendentemente dalla giustezza e dal grado di tutela dell’interesse collettivo che le sue posizioni esprimono.

Non è un caso che Mussolini, nel presentare alla Camera la sua riforma elettorale, sostenga che la riforma renderà il Governo “atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nella vita quotidiana si presentano, non impedito da divieti insormontabili, non soffocato da dissidi, non viziato all’origine da differenze ingenite e di indirizzi”. Sembra di sentire una delle innumerevoli comparsate televisive di Berlusconi. Peccato che tutti siano concordi con lui nel sostenere il bipolarismo, cioè il sistema che – inserito nell’ordinamento dello Stato così come per tutto il resto previsto dalla nostra Costituzione – genera esattamente questo tipo di governi, figli di accordi fatti al chiuso dove a prevalere è l’interesse del più forte.

Nella sostanza, con il passaggio al sistema elettorale maggioritario, la politica ha abdicato in favore di altri poteri, passando dal governare il Paese alla gestione dell’esistente e soprattutto degli input provenienti da luoghi diversi da quelli deputati (la Camera, il Senato e le altre articolazioni dello Stato) quali possono essere, a seconda del momento, le potenti lobbies (che hanno dato vita ad esempio alla recente “riforma” del sistema sanitario nazionale) o alle banche centrali, o alle grandi centrali della finanza.

Tutto questo è stato possibile attraverso una operazione di propaganda notevolissima, che ha di fatto confuso, nella percezione dei cittadini, governo con governabilità  o stabilità, che sono, e rimarranno sempre, due cose molto diverse e non necessariamente connesse: possono riuscire a  governare anche in modo molto efficace governi che durano pochi mesi; possono non riuscire a governare compagini che mantengono il potere per anni, senza necessariamente riuscire a governare un bel nulla: quello che è successo in questo Paese in questi ultimi vent’anni, anni in cui la politica ha lasciato che le scelte sul destino dei cittadini italiani fossero fatte non dai loro ipotetici rappresentanti ma dalle banche, dalle grandi multinazionali, dalle case farmaceutiche, dal complesso militare-industriale.

E costringendo la magistratura o altri poteri dello Stato ad intervenire quando la politica ha latitato totalmente, come sulla legge elettorale.