Liberace, chi era costui? Pianista talentuoso, strapagato e idolatrato fra gli anni 50 e 70, Liberace non rivelò mai pubblicamente la propria omosessualità: troppe fan avrebbero avuto un colpo al cuore, e il cachet pure. Un backstage identitario “svelato” da Dietro i candelabri (Behind the Candelabra) di Steven Soderbergh, che ripercorre la relazione tra il musicista e il suo giovane amante Scott Thorson (Matt Damon), a partire dal libro Behind the Candelabra: My Life with Liberace dello stesso Thorson.

Immersa nel lusso, annegata nel kitsch, contrappuntata da diamanti, abiti e macchine da mille e una notte (nulla cambia nel mondo dello spettacolo, vedi le odierne star hip-hop), la loro relazione durò cinque anni, pericolosamente vissuti tra sesso compulsivo, droga e chirurgia plastica, per poi finire in una causa legale e la successiva riappacificazione sul letto di morte di Liberace, stroncato dall’Aids nel 1987. Nel cast anche Rob Lowe e Dan Aykroyd, Behind the Candelabra è soprattutto il passo a due del mesmerizzante Michael Douglas nelle vestaglie rococò di Liberace e del paggio Matt Damon nei costumini di Scott: due attori favolosi, “due pesi massimi di Hollywood che – ha puntualmente osservato sul Chicago Sun-Times Lori Rackl – affrontano agevolmente dei ruoli che sino a poco tempo fa ne avrebbero troncato le carriere”. Già, “il film è stato rifiutato da Hollywood, per le difficoltà che sarebbero insorte con il marketing: all’epoca era impossibile, ma parlare di omosessualità – dice Soderbergh – è difficile ancora oggi, e gli studios pensavano che potesse interessare solo un pubblico gay”.

In suo soccorso è arrivata l’emittente televisiva HBO, già world famous per i serial che produce, che ha finanziato il progetto, concedendo libertà creativa e non lesinando sul budget: è cinema, e già Cannes se n’era accorta, accogliendo il biopic in Concorso senza colpo ferire. Paradossale, anzi, solo triste, negli Usa c’è una televisione che sembra cinema, da noi l’esatto contrario: una Meglio gioventù non fa primavera, e da molto tempo ormai. Dunque, bravi tutti: Douglas, al rientro dopo il cancro alla gola; Damon, che più queer non si può; HBO, per coraggio e lungimiranza. E Soderbergh? Sulla Croisette, dove solo 26enne vinse la Palma d’Oro con l’esordio Sesso, bugie e videotape nel 1989, l’ha presentato come il suo ultimo film, cosa che recentemente gli capita abbastanza spesso: vedremo, non ha progetti in cantiere, a parte la serie The Knick. Fosse il suo film testamento, Dietro i candelabri ce lo riconsegnerebbe fedelmente: non un Autore, ammesso a Hollywood sia (ancora) possibile, ma un ottimo professionista, un abile regista, impeccabile dietro la macchina da presa, stilisticamente ineccepibile, ma poeticamente ondivago – accanto all’esordio, i suoi picchi sono Bubble e The Informant!, sopravvalutato il dittico sul Che – e carente in sensibilità.

Come da titolo, avrebbe voluto/dovuto sondare il dark side of Liberace, ovvero, il narcisismo divorante dietro i lustrini, la dissolutezza egotistica dietro le piume di struzzo, la co-dipendenza – tema clou di Hollywood oggi, da The Master a The Immigrant – con Scott Thorson e la crudeltà dello showbiz, che ti riempie di denaro, ma ti chiude la bocca (l’impossibile coming out). Dietro i candelabri, viceversa, che troviamo?

Lo sguardo di Soderbergh è coinvolto, bonario e pure condiscendente, ma l’approccio non è antropologico, bensì “zoologico”: sì, un safari colorato, esotico, ultrapop (non camp), dove appunto l’importante è fotografare bene. La violenza, la sofferenza, la catena alimentare (showbiz mangia Liberace, Liberace mangia Scott) non sono qui: elogio della superficialità o, le tante critiche positive, elogi superficiali?

Il Fatto Quotidiano, 5 dicembre 2013