Beatrice Lorenzin è il ministro della Salute del governo italiano. Oltre a sito e pagina Youtube ufficiali del ministero, ha una pagina fan su Facebook e un profilo personale su Twitter, con 20mila e passa follower. Il suo ultimo tweet, del 29 novembre, recita testualmente: “#ForzaItalia all’opposizione ma vuole mantenere tutte poltrone. #Nuovocentrodestra sostiene Governo, per il bene del Paese ora serve stabilità”. Andrea Orlando, ministro dell’Ambiente, ha pagine ufficiali su Facebook e Twitter sia per il ministero che per la sua persona. Ieri a mezzogiorno dal suo profilo personale twitta: “Dire che se in un anno non si fanno le riforme il Pd si chiama fuori dalla maggioranza, significa scaricare tutto sulle spalle del governo”.
È da poco che i nostri ministri (o i loro uffici stampa) hanno scoperto l’esistenza dei social network e hanno deciso di utilizzarli. Facebook, Twitter e Youtube vanno per la maggiore. Ciascuno ha declinato a modo suo il rapporto con il web 2.0. D’altronde la decisione di “esserci” è a discrezione dei singoli ministri, in quanto non c’è alcuna legge che li obblighi alla presenza. Esistono però delle linee guida, stabilite nel 2011 dall’allora ministro per la Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi, che definiscono criteri e finalità. Ci troviamo infatti in un campo molto delicato: la comunicazione istituzionale. Questa prevede che si illustri e si favorisca la conoscenza delle normative per facilitarne l’applicazione; che si attivino meccanismi di collaborazione tra amministrazione e cittadini; che si agevoli l’accesso ai servizi pubblici, promuovendone la conoscenza, eccetera.

Ora, rileggendo i tweet di Lorenzin (Ncd) e Orlando (Pd): ci informano in qualche modo su salute e ambiente? No.

La sensazione, indipendentemente dall’appartenenza politica, è che l’interpretazione della cosiddetta e-democracy da parte di alcuni ministri sia un po’ troppo personalistica, e serva loro per raggiungere due fondamentali obiettivi: promuovere la propria immagine e comunicare la propria posizione politica. Ai follower? No, ai politici. Utilizzati così, i social network diventano dei banali uffici stampa di partito. Le istituzioni, anche qui, vengono utilizzate per il proprio tornaconto personale.

Agli antipodi troviamo i ministeri della Giustizia e del Lavoro, gli unici ad avvalersi ancora solo del sito ufficiale. Né la Cancellieri, né Giovannini (né i loro rispettivi dicasteri) compaiono sui social network. Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia – che forse di cose da comunicare agli italiani in questo momento ne avrebbe, e a iosa – oltre al sito ufficiale, ha un profilo Twitter personale, fermo al 18 novembre. Il suo ultimo tweet, laconico, recita: Cottarelli: “Importante trasparenza. Pubblicheremo banche dati e indici di performance” #revisionespesa.

Emerge una predilezione per Twitter rispetto a Facebook. Il dato conferma la tendenza generale. Il “cinguettio”, almeno in Italia, è infatti al suo picco massimo di popolarità. Angelino Alfano ne è il re incontrastato. Con i suoi 145mila e passa follower stacca di gran lunga i colleghi Maurizio Lupi (62mila scarsi), Nunzia De Girolamo (37mila circa) e Massimo Bray (poco più di 30mila), per citarne soltanto alcuni. Ecco un tweet del 30 novembre dell’ex “delfino” di Berlusconi: Tra le ambizioni che abbiamo, non c’è quella di piacere alla sinistra.Nonvogliamopiacereasinistra,ma batterla. ST #nuovocentrodestra (ST sta per staff, ndr). Alfano è vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni. Insieme ai suoi colleghi, dai ministri in giù, dovrebbe rappresentare gli italiani. Tutti. Ma sembra non saperlo.

Sull’immagine di copertina della pagina Facebook di Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e trasporti, campeggia la frase: “Ecco perché fondiamo il nuovo centrodestra”. Tanto per fare un esempio, uno si aspetterebbe di trovarci scritto: “Ecco perché ancora non abbiamo finito la Salerno-Reggio Calabria”. Oppure: “Ecco perché insistiamo sul Treno ad alta velocità per le merci da Torino a Lione”. Ma il ministro se ne guarda bene. Forse perché un perché non c’è.

@PaolaPorciello

Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2013