Nell’isola dei campioni dell’antimafia, il principale quotidiano locale ospita ogni anno, tutti gli anni, il puntuale necrologio in memoria del defunto genitore mafioso dell’ultimo inafferrabile boss di Cosa Nostra. Si chiama fair play, forse. O forse, più seriamente, può rivelarsi un drammatico segnale.

Il quotidiano è lo storico Giornale di Sicilia. Il defunto uomo d’onore omaggiato dal necrologio è invece Francesco Messina Denaro, storico boss di Castelvetrano e padre di Matteo, l’ultima inafferrabile primula nera di Cosa Nostra. È il 30 novembre scorso quando nella pagina dei necrologi del quotidiano palermitano compare anche un avviso di anniversario: in neretto il nome del boss e poco sopra la data di morte, esattamente quindici anni fa, quando il cadavere del latitante Messina Denaro senior venne ritrovato nelle campagne intorno alla sua Castelvetrano, vestito di tutto punto, pronto per le esequie. Non una morte violenta ma solo un banalissimo infarto che oggi la famiglia ricorda con quel necrologio, seguito da una rapida firma: i tuoi cari. Generica, anonima, come si addice ad una famiglia che annovera all’interno l’ultimo grande boss di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e ancora oggi uccel di bosco chissà dove e chissà perché.

Pochi, pochissimi se ne sono accorti: ma l’uomo che seminava morte e terrore in quel lembo occidentale della Sicilia regna ancora. Regna attraverso il figlio, ultimo boss stragista oggi collettore di capitali camuffati e segreti di Stato. Regna con quelle agili righe che ne ricordano la morte. I più garantisti diranno: che importa che fosse mafioso? Non merita anche lui di essere ricordato dalla famiglia? Dov’è l’umanità?

E in un momento di distrazione verrebbe anche di voltarsi dall’altra parte: che danno possono fare tre righe di commiato nascoste nella pagina dei necrologi? A chi importa? Che danno fanno?
Importa. E provocano un danno.

Per almeno due motivi. Il primo è che nonostante il necrologio di don Ciccio Messina Denaro sia stato pubblicato a pagamento dai parenti, non si può far finta di non sapere che tra quei “cari” è implicitamente annoverato lo stesso Matteo Messina Denaro. In Sicilia, purtroppo, i rapporti tra stampa e Cosa Nostra si sono a volte giocati sull’ambiguità. Come dimenticare La Sicilia di Catania, l’altra principale testata dell’isola, che arrivò invece a rifiutare un altro necrologio, quello del commissario Beppe Montana, lui sì vittima di una morte violenta per mano di Cosa Nostra. “Un delitto di mafia e dagli alti mandanti” scrisse la famiglia nel testo dell’inserzione. Inaccettabile illazione secondo il quotidiano, il cui direttore e proprietario – è utile ricordarlo – Mario Ciancio Sanfilippo è ancora oggi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il quotidiano etneo, però, non si fermò al rifiuto del necrologio di Montana. Qualche anno fa arrivò ad ospitare sulle proprie pagine una lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del superboss Nitto Santapaola, a sua volta condannato e detenuto. Evidentemente in quel caso il testo non conteneva nessuna illazione inaccettabile, nonostante provenisse dal figlio di un boss mafioso. Non per questo gli fu negato di esordire sulle pagine della Sicilia. Poco importa che fosse detenuto in regime di 41 bis. Dettagli.

I parenti di don Ciccio Messina Denaro si sono accontentati – fino a questo momento – soltanto di poche righe pubblicate a pagamento. La società che si occupa delle inserzioni sul giornale che avrebbe dovuto fare? Rifiutare l’inserzione? E con quale motivazione?

Quel necrologio, però, è potenzialmente pericoloso anche per un altro motivo. Un motivo sfuggente, non ben delineato, indiretto, ma potenzialmente esplosivo. Immaginate di essere un commerciante di Castelvetrano, in questo momento estorto dalla stessa cosca che fa capo a Messina Denaro. Immaginate di essere stufi di pagare il pizzo, logorati, pronti per andare a denunciare gli estorsori che in nome dei Messina Denaro vi taglieggiano ogni mese. Bene, che effetto può farvi quel necrologio per lo zio Ciccio Messina Denaro, scritto in neretto, firmato dai suoi cari, gli stessi che vi rovinano la vita ogni giorno? Un necrologio pubblico, legale, altisonante, quasi una beffa, firmata dalla stessa gente che vorreste andare a denunciare. Lecito dubitare della restia convinzione utile per imboccare la porta del primo commissariato. Anni di adesivi e cortei, messi in dubbio da tre righe di necrologio.

Mentre dai palazzi il nuovo leitmotiv recita inermi slogan antimafia, dalle pagine del principale quotidiano dell’isola i familiari di don Ciccio Messina Denaro lanciano come ogni anno il loro segnale: di affetto per il caro estinto, e di manifesta presenza per tutti gli altri. Con quelle righe, nessuno ha fatto qualcosa di illegale, non la famiglia, e nemmeno chi ha accettato di pubblicare quelle righe.

Un giorno, però, ci piacerebbe sapere che il necrologio di Francesco Messina Denaro è stato rifiutato. Non per qualche illazione, ma perché Messina Denaro era un mafioso e a ricordarlo, tra i suoi “cari”, c’è anche il figlio Matteo, che tra le altre cose partecipò alle stragi che misero a ferro e fuoco il Paese tra il 1992 e il 1993. Ecco anche questo sarebbe un altro tipo segnale. E la Sicilia, purtroppo, è una terra che vive soprattutto di segnali. Sia in positivo che in negativo.