Caro Civati, 

ti scrivo da New York dove ‒ insieme a molti altri ‒ sto cercando di riappropriarmi di quell’auspicata porzione di futuro che nel mio paese mi è stata ‒ e con buona probabilità mi sarà ‒ costantemente negata. Appartengo dunque a quella schiera di privilegiati che, pur tra mille traversie, molti insuccessi e qualche pur tiepida soddisfazione, può almeno tentare di costruirsi un avvenire altrove. Ciononostante, le avvilenti sorti “e progressive” dell’Italia mi rimangono un cruccio ineluttabile: il fulcro di un’appartenenza mio malgrado, di un’apprensione politica costante che si rovescia talora nel più esacerbato disappunto.

Non ci conosciamo, ma condividiamo un dettaglio biografico essenziale: una laurea in Filosofia ed un conseguente Dottorato di Ricerca nella stessa disciplina. Anche tu, quindi, hai conosciuto l’accademia italiana dall’interno e, salvo un’inspiegabile forma d’autistica impermeabilità (che mi parrebbe però ingeneroso ascriverti), dovresti essere ben consapevole dei meccanismi che la governano. Vogliamo allora dirlo in tutta chiarezza, vogliamo finalmente ammettere senza distinguo e senza mezzi termini ‒ dunque evitando di smussare l’incontrovertibile verità dei fatti ‒ qual è il vero e proprio punctum dolens dell’università italiana? Chi ci è passato lo sa benissimo: non esiste un solo concorso che non sia truccato.

Ho letto attentamente il tuo programma, dove, incappando nella questione, scrivi: “Il sistema attuale dimostra che i concorsi non sempre premiano i più meritevoli, anzi sono il miglior modo per consentire a chi decide l’immissione in ruolo (i membri delle commissioni) di poter scegliere il vincitore senza averne responsabilità alcuna”. Ora, non che è “i concorsi non sempre premiano i più meritevoli” ‒ la questione è ben più radicale e complessa: il finto concorso pubblico per l’assegnazione di un posto viene indetto solo e soltanto quando sia già stato preventivamente deciso chi debba vincerlo. Per essere più preciso dividerei allora i ‘tipi concorsuali’ in tre categorie essenziali:

1. I dottorati di ricerca. È l’unico caso in cui, sebbene in infima percentuale, possa verificarsi l’evento ‒ letteralmente extra-ordinario ‒ di un posto realmente ottenibile per concorso. Può cioè capitare che vi siano ad esempio tre posti e due raccomandati, nel qual caso è possibile che la spunti un candidato indipendente. Nel 90% dei casi, però, ciò non avviene e il concorso è soltanto una messinscena visto che i vincitori sono pressoché sempre già prestabiliti.

2. Gli assegni di ricerca, in cui è organizzata l’attività post-dottorale retribuita. Oggi si dividono spesso in due categorie: junior e senior. Nel primo caso l’assegno viene ottenuto da un docente che chiede il finanziamento per un suo ‘presunto’ progetto di ricerca. Se il dipartimento di afferenza gli accorda il finanziamento, viene bandito un concorso apparentemente pubblico in cui dovrà decidersi a chi vada poi assegnata la borsa (la commissione giudicante ‒ guarda un po’ (!) ‒ è presieduta dal docente che ha ‘vinto’ il finanziamento). Ma come funzionano in realtà le cose? Sappiamo benissimo che il progetto viene steso non tanto dal docente che lo firma ma da un suo collaboratore (quello che poi dovrà vincere l’assegno medesimo). Ossia: il raccomandato di turno si scrive il progetto e lo modella integralmente sul proprio curriculum. Dopodiché il suo padrino accademico chiede a proprio nome il finanziamento per quel progetto e, se gli viene accordato da una commissione dove contano solo i soliti accordi sottobanco tra correnti, viene bandito un concorso per vedere chi sarà mai (?) il fortunato che otterrà in definitiva l’assegno.

Tutti s’immaginano chi sa quale competizione ma nella quasi totalità dei casi la cosa funziona così: al concorso si presenta un solo candidato ‒ quello che si è ‘auto-scritto’ il tema dell’assegno ‒ il quale, giudicato da una commissione presieduta dal sul padrino (quello che ha sottoscritto per lui la richiesta per l’assegno), è destinato a vincere il posto. (Ti risparmio ulteriori dettagli circa gli assegni senior, chiesti direttamente da un ricercatore che ‒ sulla carta indipendente ‒ propone un proprio progetto. Si tratta anche qui di una farsa: la commissione è dipartimentale e il progetto di ricerca non conta nulla; si decide solo in base allo sponsor interno e ad un sorta di ‘rotazione accademica’ per la quale i docenti più potenti si spartiscono di anno in anno i posti a disposizione distribuendoli ai propri infaticabili clientes).

3. I concorsi per ricercatore, associato o ordinario. Vale il medesimo refrain. Tutti ‒ dico: tutti ‒ i concorsi sono contraffatti. Le commissioni sono formate da docenti che hanno a loro volta ricevuto il posto dacché cooptati con procedure irregolari. È un cane che si morde la coda: il meccanismo non fa che rinnovarsi. Nessuno può dichiararsi pulito ‒ nemmeno ‘quelli bravi’ (che pure ci sono) poiché qualora abbiano vinto un concorso la loro effettiva qualità scientifica non ha svolto a riguardo alcun ruolo. Tutti, quindi, sono sotto ricatto. La logica è quella mafiosa dell’affiliazione. Il sistema ha delle regole ben precise: chi vi appartiene ha conseguito il proprio posto in un certo modo ed è chiamato a non trasgredire le regole che, appunto, gli hanno omertosamente permesso di ottenerlo.

Non mi soffermo sui dettagli ‒ quali siano cioè concretamente gli stratagemmi adottati per frodare costantemente le regole (che pure ci sarebbero) ‒, ciò che conta, però, è che la gente sappia: non si tratta di un malcostume diffuso ma parziale: è la regola, un cancro che ha pervaso l’intero sistema. Ciò che più sorprende, anzi, è la sua infallibilità e l’onnipervasività che lo caratterizza.

Ora, caro Civati, le cose che scrivo tu le conosci senz’altro nel dettaglio. Hai sperimentato l’università dall’interno e sono certo tu abbia dunque perfetta contezza di come funzioni. Mi piacerebbe allora sapere qual è il tuo parere a riguardo, e, soprattutto, che tipo di provvedimenti concreti tu intenda intraprendere nel caso dovessi essere eletto Segretario del Pd. Il mio punto di vista, per quel che vale, è molto semplice: tutti i soliti, immancabili sermoni sui tagli alla ricerca, sulla ripartizione dei finanziamenti ecc. ‒ su cui tanto insisti nel tuo programma ‒ sono a mio parere affatto secondari e rischiano di rimanere ‘lettera vuota’ se prima non viene ripristinata la legalità.

Se il sistema è marcio ‒ e lo è fin dalle fondamenta ‒ è del tutto inutile porsi il problema di come alimentarlo ulteriormente. Sarebbe come voler ridiscutere la ripartizione della pressione fiscale senza nemmeno prendere in considerazione il fenomeno dell’evasione; anzi, è pure peggio, perché se è falso dire che tutti evadono il fisco, è invece innegabile che, quanto all’università, la legge non scritta della cooptazione fraudolenta regna sovrana in tutti i concorsi e in tutti gli ambiti disciplinari. In tema di riforma universitaria, ogni politica deve partire da qui. La litania dei ‘buoni propositi’ rischia altrimenti di tramutarsi in quella “strada lastricata di buone intenzioni” che, notoriamente, porta all’inferno. O, nel migliore dei casi, a perdere le primarie del Pd.

Grazie per l’attenzione. Buona giornata e buon lavoro,
Marcello Barison