A parlare di precariato, nuove schiavitù e crescita intollerabile della diseguaglianza sembra essere rimasto soltanto papa Francesco. Non è un bel segno. Certo colpisce il fatto che i giornali sabato scorso abbiano imboscato nelle pagine interne la notizia che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto in Italia il 41 per cento. Non è casuale. Piuttosto è la spia di un’assuefazione alla miseria giovanile, persino di un fastidio nel doversi occupare di un fenomeno che sta lì e non sparisce.

La statistica va sicuramente analizzata. Il 41 per cento riguarda solamente i giovani tra i 15 e i 24 anni, che cercano lavoro, e quindi non tocca le ampie fasce di coloro che stanno ancora studiando. In sostanza si tratterebbe di circa seicentomila persone. Ma, fatta la tara, c’è da chiedersi se i gruppi politici che si contendono la guida del Paese hanno oggi voglia di misurarsi con la situazione della disoccupazione italiana, che investe soprattutto in maniera devastante la fascia di “giovani” venti-trentenni. (Senza volere ignorare la questione degli ultracinquantenni espulsi dal lavoro e senza prospettive).

Proprio la parte più vitale, dinamica e volonterosa della forza lavoro viene abbandonata a un precariato umiliante e predatorio, a uno sfruttamento spudorato in termini di compenso, a una mancanza di prospettive che si riflette anche sui consumi. I 7 punti esposti da Grillo non contengono una proposta in merito. Il programma di Renzi è molto vago. Eppure i dati sono sotto gli occhi di tutti. Nell’Italia del 2013 vi sono ben 6 milioni di lavoratori precari o part time, 3 milioni di inattivi che sarebbero disponibili a lavorare, ma non cercano lavoro, e infine altri 3 milioni di disoccupati. In questo calderone, le giovani generazioni sono le più penalizzate, perché toccherebbe a loro sostenere con i loro guadagni (che non ci sono) il sistema dei servizi sociali e le pensioni a favore delle fasce anziane.

Sia detto sobriamente, senza nessuna polemica verso i leader politici in campo (poiché la situazione è così grave che vien meno anche la voglia di polemizzare), ma chiunque abbia una frequentazione reale con le giovani generazioni – con una coppia trentenne, con figli e figlie propri o dei vicini, frustrati perché vorrebbero lavorare per essere indipendenti – sa che ormai non sopportano più parole vuote e slogan in inglese.

Non vogliono più sentire parlare a vanvera di “merito”, perché nella vita quotidiana non entrano in campo doti speciali per chissà quale scalata aziendale, ma salta agli occhi il fatto che la semplice e onesta efficienza e professionalità di milioni di giovani impiegati, operatori e addetti ai più cari servizi non è oggi remunerata secondo standard onesti. Quindi niente lirismi sui meriti, serve invece una concreta proposta di salario minimo per i vari tipi di lavoro a prescindere se chi lo svolge è a tempo indeterminato, part time o con contratto a termine.

Non vogliono sentire nemmeno parlare di “job act” o di liberare le imprese da fantasmagorici lacci e lacciuoli, perché è ormai assodato che la famosa flessibilità si è tradotta nella possibilità di avere le stesse prestazioni di prima attraverso un lavoro servile sottopagato. Lavoro “servile”, perché con gli anni le aziende chiedono sempre di più, lusingando persino i lavoratori flessibili perché si accollano responsabilità crescenti, sotto la minaccia del contratto non rinnovato se non stanno al gioco.

Quindi va dato un taglio netto alla flessibilità malata. Ci sono proposte serie per il contratto unico di ingresso – tre anni di flessibilità e dopo scatta l’assunzione a tempo indeterminato – ed è bizzarro che nessun leader attuale o in competizione dichiari nero su bianco che questo sarà il suo primo atto di governo. Così come va abolita la manipolazione vergognosa delle partite Iva imposte a chi praticamente è dipendente di un’azienda.

C’è da chiedersi a volte cosa aspetta la classe (non) dirigente del Paese per aprire gli occhi e intervenire. Papa Francesco ha pronunciato la parola che nessuno vuole sentire. Non ci si meravigli se un giorno esplode la violenza, quando le diseguaglianze e le ingiustizie avranno raggiunto il colmo.

Concretamente, i rimedi ci sono, gli effetti sarebbero immediatamente visibili in termini di ripresa psicologica e di progettualità di milioni di persone (fattori che si riverberano notoriamente sull’economia). Resta da vedere quale parte politica deciderà di occuparsi della questione. Nebbia in Val Padana, per ora…

il Fatto Quotidiano, 3 Dicembre 2013