Sabato sera due gruppi di ragazzi, ideologicamente su sponde opposte, ma accomunati da tanta voglia di menare le mani, si sono scontrati con la Polizia per le vie di Palermo con la scusa di protestare contro il Muos mentre altri ragazzi si erano chiusi per 54 ore in un istituto tecnico “occupato”, impegnati in uno Start up week end a presentare idee di impresa. Ieri sera il governo Crocetta ha annunciato di aver trovato novecento milioni per stabilizzare per altri tre anni i precari grazie a risparmi sulla spesa, poi si vedrà.

Perpetuare il presente o il recente passato (con i suoi errori) sembra ancora, non solo per la classe dirigente siciliana, ma anche per una parte delle nuove generazioni affascinate dagli anni ’70 che non hanno vissuto, l’unico modo di immaginare il futuro. Immagino l’obiezione politica: che facciamo con i precari, li buttiamo in mezzo alla strada? No, diamo loro un’indennità di disoccupazione per un massimo di tre anni, condizionata all’accettazione della prima offerta di lavoro che dovesse capitare, giusto per non fare della condizione di precario un lavoro. Le necessità degli organici della pubblica amministrazione è bene che tornino ad essere motivate da scelte di buona amministrazione e ricoperte solo attraverso pubblici concorsi.

In mezzo a queste contraddizioni, impariamo a guardare le start up non come il (precario) uovo oggi, ma come la gallina di domani: rappresentano politica vera e lungimirante. Alcune regioni, quelle peraltro con i più alti indici di qualità della vita, ormai attirano da fuori gli startupper. E la Sicilia, almeno in questo campo, non è da meno, anzi è ben sintonizzata sul tema. Ne avevo già parlato: la Fondazione Siciliana per la Venture Philanthropy, nata con risorse private per iniziativa di un gruppo di docenti, professionisti, manager e imprenditori con lo scopo di fornire gratuitamente competenze, contatti e capitali a nuove iniziative imprenditoriali e promuovere quindi un tessuto sociale favorevole alla cultura d’impresa, sabato prossimo a Caltanissetta darà conto ai soci dell’andamento dei primi tre progetti selezionati a maggio mentre presenterà quelli nuovi.

Sono progetti, non necessariamente da tecnologie digitali, che hanno già raccolto consenso e riconoscimenti in Italia e anche all’estero. Orange Fiber, start up di due ragazze catanesi dell’acceleratore di imprese di Telecom Italia, con il suo brevetto per la produzione di un tessuto cosmetico dagli scarti delle arance è stata premiata a Copenhagen e al premio Marzotto; Wib, domiciliato nel Consorzio Arca di Palermo, ha ideato un box tecnologico presso cui ritirare la spesa in qualunque ora del giorno e ha raccolto in tempo record con il crowdfunding 600.000 euro cui si sono aggiunti altri 100.000 del fondo VertisBehaviour Labs, altra start up dell’acceleratore di Catania, produce software per la biorobotica da impiegare in ambito sanitario come ad esempio nella cura dell’autismo infantile e per pareggiare questa sfida virtuosa tra Sicilia occidentale e orientale, a Palermo è pure domiciliata una new entry,Green Rail che ha brevettato una traversina ferroviaria che riutilizza gomma di copertoni dismessi assieme al cemento precompresso, abbattendo così rumori e polveri -oltre ai costi di manutenzione- e producendo grandi quantità energia (1,25 MW/100 Km) attraverso l’effetto piezoelettrico: è stata selezionata per il prestigioso premio Leonardo.

Vi ho tratteggiato due sicilie che incredibilmente convivono. Quella della burocrazia parassitaria, della politica che conosce solo intramontabili misure clientelari cui sembra peraltro opporsi solo una protesta nostalgica del ’68 e quella della proposta costruttiva, della voglia di modernità e di un futuro diverso, sapendo persino prescindere dalla politica, anche se è ingiusto per quello che ci costa come contribuenti. Io ho fatto la mia scelta e faccio quindi mie le riflessioni di un giovane partecipante al citato Start up week end: Scherzi del destino. Ti alzi la mattina immaginando (seriamente) un futuro in cui le start up creino occupazione e ti ritrovi (ironicamente, ma neanche tanto) in un presente in cui è l’occupazione (di una scuola) a promuovere le start up