Alla stessa maniera dei trovatori medievali, che partendo da una melodia conosciuta, sostituivano i testi della messa in latino con storie di tutti i giorni, spesso profane, costituendo in questo modo una sorta di giornale cantato, Simone Avincola, giovane cantautore romano, scrive testi e musiche di valore universale affacciandosi su prospettive sociali con gran sensibilità e capacità, animato da una fortissima determinazione. Così canterò tra vent’anni è il disco che raccoglie gran parte delle canzoni che ha scritto negli ultimi tempi, e a chi gli chiede il motivo di tale scelta risponde che “tra 20 anni sicuramente saprò se sarò riuscito o meno a fare il cantautore, o comunque a vivere di musica”. Del resto, è difficile restare seri, o almeno non abbandonarsi a una fragorosa risata “quando ti chiedono: ‘Che lavoro fai?’ e alla risposta ‘faccio il cantautore’ ti controbattono ‘sì, ma… che lavoro fai?’”. Un disco che segue il solco della tradizione cantautorale romana che si rifà ai grandi del passato usciti dal mitico Folk Studio, Venditti, De Gregori, Stefano Rosso. Composto da 14 brani, in esso emerge l’indignazione, ma anche la rabbia dell’artista verso certe ingiustizie, per lui fonti di ispirazione per scriverci canzoni. Non apertamente schierato politicamente, il suo pensiero è talmente affine alla filosofia grillina da poter essere considerato un “cantautore a cinquestelle“. Musicalmente prevale un sound acustico, nei testi invece c’è molta Roma: “Non sopporto vedere certi quartieri popolari, meravigliosi, sprofondare nell’incuria e nell’abbandono. Raccontandoli cerco di dare il mio piccolo contributo per regalare uno spiraglio di luce”. Le canzoni raccontano storie di personaggi buffi e strampalati: “Spesso – dice Simone Avincola – è proprio nei quartieri popolari come il mio, Garbatella, che si nascondono i personaggi più strani, quelli che per una carenza di fantasia, chiamiamo semplicemente ‘matti’. Un disco che per Avincola è “una carezza che faccio a me stesso e una pacca sulle spalle dei miei amici musici, Edoardo Petretti (pianista) Matteo Alparone (bassista), Stefano Ciuffi (chitarre), Luca D’Epiro (batteria e percussioni), Tiziano Matera (sax), come a dire loro: ‘Bene. Adesso andiamo avanti così. Forza, anzi dajeee’”.

Simone come ti immagini tra vent’anni?
Beh, si può vedere benissimo nel video. La scena, molto ironica, si consuma nella mia ipotetica futura casa: mia moglie che lava i piatti e che infastidita continua a dirmi che devo trovarmi un lavoro e mio figlio (Freak Antoni) che mentendo spudoratamente mi dice che devo continuare e insistere nonostante tutto. Probabilmente per un suo perverso desiderio di divertirsi. Una visione amara, triste, ma al tempo stesso quasi esilarante, soprattutto grazie alla genialità del caro Freak. Ci conosciamo ormai da un paio d’anni e quando gli feci sentire casualmente questa canzone, sgranò gli occhi e cominciò a ridere. Un vero genio.

C’è molta Roma nel tuo disco.
È vero. C’è molta Roma, una città che amo follemente anche se con lei ho un rapporto di amore e odio. Sicuramente sono figlio di una città stupenda che, nonostante rischi di essere travolta da opere inutili e un turismo a dir poco ‘forzato’, resta in piedi e sorride con la schiena ricurva e le gambe tremolanti.

Infatti, nel disco emerge da parte tua una certa insofferenza nei confronti della città eterna.
Sì. Nel brano intitolato Plastica, il protagonista guarda fuori dalla finestra, è con le valigie sul letto, pronto per partire. Troppe volte ha guardato fuori, scoprendo dall’alto il fallimento degli uomini sempre intenti a compiere gesti inutili.

In alcuni brani addirittura inviti all’indignazione come un novello Stéphane Hessél.
Effettivamente è troppa l’indignazione verso certe ingiustizie per riuscire a non scriverci una canzone. Ragazzi massacrati in carcere, morti bianche e nel frattempo le strade del centro pullulano di persone che comprano gioielli e borsette con lo sguardo indifferente. Politici che parlano di sacrifici e che poi sembra non possano riuscire a vivere senza un autoblu o una casa al Colosseo. Come si fa a non scriverci una canzone? Non sono capace. Non ci riesco. È più forte di me. La chitarra è l’unica arma che ho, citando un certo Woody Guthrie… (This machine kills fascists, nda).

C’è un brano, “Lettera da Sant’Anna di Stazzema”, particolarmente profondo, sentito: come ti è venuta l’idea di dedicare una canzone a questa triste pagina della storia italiana?
Quello che successe a Sant’Anna di Stazzema fu orribile. Mi sono messo nei panni di una delle poche bambine che si salvò correndo nel bosco. In un’intervista racconta di ricordare lo sparo che uccise la madre e l’impossibilità di girarsi per tornare indietro. C’è una foto in particolare che mi ha ispirato. Fu scattata il giorno prima del fatto. Ci sono dei bambini che si tengono per mano e fanno il girotondo. Credo che nessuno di questi bambini, o quasi nessuno, si salvò. La cosa più incredibile è che i soldati tedeschi uccisero donne e bambini per un divertimento personale. Era proprio questo che volevo raccontare. La follia di certi essere umani.

C’è un artista in particolare a cui ti rifai?
Non c’è un artista a cui mi rifaccio. Cerco sempre di essere me stesso nelle parole e nelle musiche. Diciamo che ci sono dei cantautori che ho ascoltato, Guccini in primis, attraverso i quali ho imparato che si può scrivere di tutto in modo non banale. Qualunque storia, anche la più insignificante, può avere un suo fascino se raccontata in una certa maniera. Nanni Moretti direbbe più semplicemente: ‘Le parole sono importanti!’. Ecco. Appunto. Dovremmo ricordarcelo più spesso. Se dovessi farti un nome su chi maggiormente mi ha ispirato, sicuramente direi Stefano Rosso. Ho sempre ammirato la dolcezza e l’ironia dei suoi testi, due aspetti che ritengo difficilissimi da far vivere insieme in una canzone. Aggiungo che ho sempre apprezzato la sua coerenza artistica, un fattore che oggi è totalmente sparito.

Cosa ti auguri si percepisca ascoltando il tuo disco?
Bella domanda. Quello che mi interessa di più è che la gente si ritrovi nelle mie parole. E cioè che provi un sensazione vicina a quella che provo io quando, nel corso di questi anni, le ho scritte e cantate.

Quali sono le tue ambizioni legate a questo album?

L’ambizione in questo paese è stata annientata. Più tenti di emergere e più ti costringono al sottosuolo. Ho paura delle mie ambizioni, ma lotto tutti i giorni, un passo alla volta.