Stamattina avrei voluto far lezione con qualcuno di quei bambini che domenica alla partita Juventus–Udinese, gridavano “merda” a squarciagola ogni volta che il portiere dell’Udinese Brkic, rinviava dal fondo. Quei ragazzini sono solo il simbolo di un Paese gravemente malato. Quel “merda” è uscito dallo JStadium, l’eco di quell’insulto urlato da voci bianche è arrivato nelle case degli italiani, nelle classi di tutt’Italia. Non possiamo dimenticarlo, passarci sopra come niente fosse.  

Ne ho parlato con i miei alunni che hanno saputo immediatamente rintracciare le responsabilità: “Avranno sentito gli insulti da qualcuno, altrimenti non lo avrebbero fatto!”, mi ha spiegato Luigi. E Marco con altrettanta chiarezza ha precisato: “Se gli adulti non lo fanno, nemmeno noi lo facciamo”.

Ecco identificato il colpevole: l’adulto. Quel papà che va allo stadio a vedere la partita del figlio e urla contro l’avversario. Quell’allenatore che permette che i suoi ragazzi non diano “il cinque” ad inizio partita ai compagni dell’altra squadra. Quel maestro che insegna a tirare il pallone ma si è dimenticato di fare educazione civica. Quel giocatore che si vanta di parcheggiare dove vuole l’auto, di arrivare in ritardo agli allenamenti o di sprecare qualche insulto. Quel politico che si azzuffa davanti alle telecamere, senza mai chiedere scusa agli italiani.

Giovanni, stamattina mi raccontava: “Nella mia squadra gioca un ragazzino diversamente abile e spesso gli avversari lo sfottono”. Quanta strada dobbiamo ancora fare prima di comprendere che l’Italia sta perdendo la partita più importante: educare dei cittadini. Ci vantiamo di fare manifestazioni sulla disabilità, di essere dalla parte del diversamente abile, senza accorgerci che diventiamo intolleranti, razzisti, incivili per una partita di pallone.

Non ci sono classifiche, dati Ocse, test Invalsi che misurino come si insegna a scuola l’educazione alla cittadinanza. Eppure servirebbero, perché un medico o un ingegnere, laureati con il massimo dei voti che allo stadio urlano epiteti, non servono.

Nella scuola abbiamo bisogno di fare meno motoria e più educazione, perché possiamo formare dei cittadini, magari anche dei tifosi, responsabili. Quel “merda” urlato dai ragazzini tutti insieme appassionatamente, deve interrogarci. Non può lasciarci indifferenti.