Non chiamatela emergenza. É la condizione abituale per 6 milioni di italiani che vivono in zone ad alto rischio idrogeologico. Altri 22 milioni convivono con un rischio medio. Sì, anche noi che scriviamo, voi che ci state leggendo potremmo trovarci in una zona a rischio. E non facciamo gli scongiuri, sono cinquant’anni che andiamo avanti così e si è dimostrato che la scaramanzia non serve. Servirebbero bonifiche, opere di contenimento. E non altro cemento o dighe e porticcioli alle foci dei fiumi, che invece piacciono ai nostri politici e amministratori. Basterebbe che si leggessero i dati dell’Associazione Nazionale Bonifiche o di Legambiente, del Wwf e del Consiglio Nazionale dei geologi: 82% dei Comuni sono a rischio idrogeologico. Così come 1,26 milioni di edifici, tra cui 6mila scuole e 531 ospedali.

Bonificare costa meno che curare. E seppellire 9mila morti. Negli ultimi 40 anni le catastrofi più gravi sono avvenute nel 1966 tra Firenze e Pisa, nel 1970 a Genova, nel 1982 ad Ancona. Poi Val di Fiemme, Valtellina, Piemonte, Versilia, Sarno, Soverato, Nocera Inferiore, Messina fino alla Sardegna. Ecco i nomi rimasti nella nostra memoria. Ma dal 1950 al 2012 in Italia ci sono state 1.061 grandi frane, 672 inondazioni. Il bilancio: 9mila vittime, 700mila sfollati e senza tetto. Si potevano evitare, molti, se non tutti. Certo, bisogna investire, ma si sarebbe comunque speso molto meno di quanto è costato poi gestire l’emergenza: il danno delle calamità dal 1945 a oggi è stato di 240 miliardi, cioè 3,5 miliardi l’anno. Ma le bonifiche non si inaugurano con tagli di nastro, non portano voti. E soldi. Come le speculazioni edilizie e il cemento. Così, dal 1990 al 2005, il consumo del suolo è stato di 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del Comune di Roma), 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio).

Così preferiamo investire decine di miliardi nel Tav, nel Terzo Valico, nell’autostrada Mestre-Orte, invece di puntare sugli interventi di messa in sicurezza proposti nel 2103 dall’Associazione Bonifiche: 3.342 per 7,4 miliardi. Mentre a Genova si stentano a trovare i 200 milioni che metterebbero al sicuro una città che vive con l’incubo della pioggia. Volete sapere com’è la terra su cui poggiate i vostri piedi? Ecco: sono a rischio il 100 % dei comuni di Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta, della provincia di Trento. Il 99% in Marche e Liguria, il 98% in Lazio e Toscana, il 96% in Abruzzo, il 95% in Emilia-Romagna. Poi il 92% in Campania e Friuli Venezia Giulia, mentre in Piemonte siamo all’87%, in Sardegna all’81%. Quindi Puglia 78, Sicilia 71, Lombardia 60 e Veneto 59. Qui i dati completi dell’Associazione Nazionale Bonifiche e del Consiglio Nazionale dei Geologi.

Legenda: 0=Rischio molto basso; 1=Rischio basso; 2=Rischio medio; 3=Rischio elevato; 4=Rischio molto elevato

Ballare e costruire sul baratro.C’è un Paese dove da anni chi ha perso la casa in un terremoto è costretto a vivere in un container. Non è emergenza, è vita quotidiana. I soldi per le ricostruzioni non arrivano oppure finiscono nel grande portafoglio della corruzione, delle opere inutili. La nenia ripetuta allo sfinimento è che le calamità naturali non sono prevedibili. Ma c’è chi rende edificabili i terreni in quelle zone. Che dire dell’Aquila, del quartiere moderno di Pettino, cresciuto nel Dopoguerra. Quando una mappa sismica del 1941 indicava già l’esistenza di una faglia. Risultato: migliaia di case venute giù come fossero Lego, e centinaia di vite spazzate via.

L’Italia, secondo il National Earthquake Information Center, ha una pericolosità sismica che, nell’ambito del Mediterraneo, può essere considerata medio alta con terremoti di magnitudo superiore a 2,5 che oscillano tra i 1700 e i 2500 ogni anno. Tra i più violenti, nel corso dell’ultimo secolo, la Calabria del 1905 (557 vittime), Calabro Messinese tre anni più tardi (80 mila), Avezzano 1915 (33 mila), Irpinia nel 1930 e nel 1980, Friuli nel 1976, L’Aquila nel 2007 ed Emilia nel 2012. Ma per capire come in altri Paesi siano attrezzati ad affrontare queste emergenze, basta paragonare il terremoto dell’Aquila e quello in California del 1989: danni di 10 miliardi in entrambi i casi. Ma parliamo di due eventi sismici molto diversi: 30 volte superiore quello degli Stati Uniti. L’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) spiega che non è paragonabile la situazione perché “il patrimonio edilizio è molto fragile e la differenza è anche data dalla densità abitativa”. Già, ma in California, come in Giappone, se proprio si deve costruire sulle faglie, si adottano criteri anti-sismici severissimi.

Solo la Sardegna e la Puglia vengono descritte zone asismiche: non esistono faglie importanti e non sono mai stati registrati eventi sismici percepiti. É invece nella zona del Tirreno Meridionale, compresa tra la Campania e la Sicilia, che sono stati registrati gli eventi maggiori. Su scala regionale, l’Ingv ha stabilito che le zone a rischio restano quelle della Calabria, dell’Abruzzo, la Sicilia meridionale e il Friuli Venezia Giulia. “Purtroppo”, spiegano dall’Ingv, “noi possiamo solo fare riferimenti al dato storico. Il terremoto non è prevedibile. Sappiamo quali sono le zone a rischio e quelle dove invece esistono rischi minori, ma parliamo di quello che è registrato, non del prevedibile”. La prevenzione? Non è mai stata fatta. Probabilmente perché il rischio in questo caso è stato sempre sottovalutato. Perché ci si affida al destino. Negli ultimi anni le costruzioni avrebbero dovuto reggere, secondo i criteri indicati dalle leggi. Disattese.

L’esempio peggiore arriva dall’Emilia: il terremoto ha spazzato via con la stessa forza sia edifici storici che palazzi di costruzione recente. “Il cemento armato costa, come il rispetto delle regole. Ma nessuno si è premurato di controllare: il bollo c’era, il cemento armato chissà. Costruzioni che avrebbero dovuto reggere sono crollate in pochi secondi”. Uccidendo decine di persone.

da Il Fatto Quotidiano del 2 dicembre 2013