“Ma vivi davvero in Senegal?”, “Perché?”, “Come si vive?”. A un certo tipo di domande ormai è abituata. Sin da quando è atterrata a Dakar, prima per una vacanza, poi per motivi di ricerca e infine per lavoro, Chiara Barison, sociologa padovana di 33 anni, ha dovuto combattere contro gli stereotipi e quella che ormai “è un’idea vecchia e stantia” dell’Africa. “Nell’immaginario comune, chi si trasferisce qui lo fa o per vocazione missionaria, o perché lavora per grandi organizzazioni internazionali o perché è un hippie. Nel tempo è stata trasmessa un’immagine dell’Africa fatta solo di guerre e malattie. Non dico che tutto ciò non esista, ma che questa non sia l’unica visione: io sono venuta a Dakar per la prima volta nel 2001 in vacanza e mi sono trovata di fronte a un’altra realtà, che non mi sarei mai aspettata, quella di un paese evoluto ed europeo, dove ci sono possibilità di investire, trovare lavoro e fare progetti”.

Così dopo una laurea in scienze delle comunicazioni a Trieste, con la borsa di dottorato Chiara decide di approfondire le tematiche “della trasmigrazione e del confine”, facendo ricerca sul campo in Senegal. E da subito si accorge di un grande cambiamento in atto: “Già nel 2008 ho capito che la migrazione europea stava cambiando rotta. Si stava spostando nei Paesi africani, soprattutto quella dei giovani, arrivati in molti casi tramite gli amici emigrati a loro volta in Europa. I senegalesi, infatti, sono molto bravi a veicolare la propria identità e l’amore per la propria patria, incuriosendo e attirando migranti attraverso le reti sociali che costruiscono nei paesi in cui si trovano a vivere. Così sono sempre di più i ragazzi che decidono di partire, a volte assunti da ex migranti tornati a casa che sono riusciti ad aprire un’attività e che, forse proprio per aver sperimentato sulla propria pelle l’esperienza della migrazione, sono disposti ad aiutarli. O gli imprenditori che vengono qui cercando di fuggire dal fallimento delle proprie aziende, magari convinti dai propri operai, o che aprono attività insieme a partner senegalesi”. E tra loro molti sono italiani, “anche se ancora non è una comunità aggregata” (il totale degli iscritti all’Aire, Anagrafe Italiana Residenti all’Estero era, nel 2012, di 1323 persone, ndr).

Il Senegal però non è un paese facile e molte di queste esperienze migratorie si rivelano fallimentari. “Qui la società è molto dura. Molti, sbagliando, credono nello stereotipo della ‘facile realizzazione dell’europeo in Africa’. Non ci si prende il tempo necessario per conoscere il paese, per capirne la realtà, ci si butta negli investimenti e si perde tutto”. Invece le possibilità concrete di realizzarsi ci sono, soprattutto in ambiti specifici, come “quello dell’imprenditoria, dell’import-export, delle costruzioni, ma anche dell’insegnamento e della comunicazione, visto che fino a pochi anni fa c’era una sola tv nazionale, mentre ora ne stanno aprendo altre e cercano molti tecnici”. A patto però di essere disposti a fare gavetta, partendo dai bassi salari senegalesi “per poi poter crescere professionalmente”.

E questo è proprio il percorso di Chiara. “A Dakar mi si sono aperte possibilità che in Italia sembravano impensabili. Nonostante l’università di Trieste mi avesse sempre supportato, la mia relatrice di tesi mi aveva avvertita che non c’era nessuna opportunità di sbocco nel mondo accademico perché ero nata ‘nel periodo storico sbagliato’. Qui invece, dopo il conseguimento del titolo di dottore di ricerca, mi hanno proposto di rimanere inizialmente per fare da assistente e poi per dare lezioni di sociologia visuale in alcune università private”. Dopo è arrivata la televisione. “Ho iniziato a lavorare per la Tfm, la televisione del famoso cantante Youssou’n’Dour, perché volevo trasformare il mio blog, Dakarlicious, in un programma televisivo. Intanto presento due trasmissioni, una di intrattenimento, ‘Seetu Bi’ e una rubrica di sociologia all’interno del programma ‘Yeewu Leen’, dove parlo proprio di emigrazione e integrazione attraverso interviste e storie di vita. Sia dei senegalesi della diaspora che sono rientrati, sia degli stranieri di una delle 84 comunità che vivono qui”.

Nonostante questo sia storicamente un Paese di immigrazione dal resto dell’Africa e venga definito la nazione della “taranga”, dell’accoglienza, molto spesso ciò che uno straniero deve fronteggiare è il razzismo: “Molti mi fanno notare che rimarrò sempre una bianca e che non potrò mai essere considerata senegalese”. Inoltre “è un Paese in evoluzione, con molte contraddizioni: dove tutti siamo iperconnessi ma dove spesso ci sono difficoltà pratiche come i tagli di corrente e acqua. A livello personale, pur mantenendo uno stile di vita molto simile a quello che avevo in Italia, dal punto di vista economico riesco a realizzare più cose. Il Senegal, però, per me è stato soprattutto una scuola di vita. E mi ha regalato parecchi sogni”.