Il 29 novembre, Nabeel Rajab – presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein – è arrivato a scontare i tre quarti della sua condanna. Da venerdì scorso, per le leggi del suo paese, può essere rilasciato. Magra consolazione, ammesso che le autorità del Bahrein prendano una decisione del genere, per un uomo che non avrebbe dovuto passare in galera neanche un giorno

Invece, Rajab è recluso nella prigione di Jaw dal 9 luglio 2012. Un mese dopo è stato condannato a tre anni per aver  organizzato  un “raduno illegale” e per avervi preso parte, nonché per  aver arrecato “disturbo all’ordine pubblico”. In appello, la sentenza è stata ridotta di un terzo. 

Non solo Rajab è in carcere da oltre un anno per reati di opinione, ma le sue condizioni di salute non sono buone. Ha denunciato di essere stato sottoposto a maltrattamenti, di essere stato confinato  in una cella d’isolamento insieme a una carcassa d’animale e di essere stato lasciato seminudo con un solo pezzo di stoffa a coprire i genitali.

Altro che le strombazzate riforme, buone solo per tenere sotto controllo le timide proteste dei governi amici di Londra e Washington. La dinastia reale degli al-Khalifa ha preso di mira un difensore dei diritti umani di fama internazionale, lo ha ridotto al silenzio e continua a umiliarlo anche in carcere. 

Oltre al processo che ha determinato la condanna più lunga, negli ultimi due anni Rajab è stato al centro di altre persecuzioni, giudiziarie e non. Nel febbraio  2012 gli agenti delle forze di sicurezza lo hanno preso ripetutamente a pugni in faccia mentre era in prima fila a guidare una manifestazione pacifica. Nel maggio 2012, di ritorno da un seminario sui diritti umani in Libano, lo hanno accusato di aver twittato “insulti a un’istituzione nazionale”  (le autorità hanno un’ossessione per l’attivismo sui social media) e lo hanno condannato a tre mesi di carcere. È stato prosciolto in appello, ma nel frattempo aveva già scontato la pena.

Amnesty International  ha adottato Nabeel Rajab come prigioniero di coscienza e continua a chiedere il suo rilascio, insieme alla fine dell’impunità per i membri delle forze di sicurezza responsabili di omicidi e torture all’abolizione di tutte le norme repressive che, dalla “rivolta di San Valentino” del 2011 hanno stroncato ogni forma di dissenso in Bahrein.