Per chi fosse di passaggio in Italia, un modo di sapere subito come stanno le cose è ascoltare una delle tante rassegne stampa radio e tv del mattino. Ma qual è la notizia che conta? Quando dico “notizia” non intendo un evento da valutare e da commentare. In questo strano intervallo della storia italiana non succede quasi niente. E se accade, come la scomparsa di Berlusconi dai ruoli del Senato, il fatto è talmente in ritardo rispetto al momento in cui avrebbe dovuto accadere, che è già stato valutato, commentato, discusso, provocato e completamente assorbito. In un istante evapora. Persino il New York Times ha mostrato un certo imbarazzo nel commento su Berlusconi: parlare di Italia, di politica, di partiti, di rapporti nazionali – internazionali, o di una strana vita capo-clan cosparsa di stranezze, colpi di testa, dichiarazioni insensate (“Ho sconfitto il comunismo”) e reati.

La maggior parte dei giornali del mondo hanno optato per la fedina penale del personaggio. La maggior parte delle fonti italiane si sono dedicate alle “spaccature”, al vuoto lasciato, soprattutto nelle casse di qualche partito e nella vita di qualche “alleato”, dal grande escluso e dalla simmetrica difficoltà della sinistra, intesa come Pd, che, quando si tratta di lotta interna, riesce sempre a competere con i dirimpettai berlusconiani ed ex berlusconiani.

La matassa di non notizie affluisce ai punti che dovrebbero essere di distribuzione, razionalizzazione e interpretazione dei fatti, e lì rimane, nel senso che più o meno ogni cosa viene enunciata, e un’altra cosa si sovrappone e non importa che sia simile o opposta. Comunque non seguirà né la meraviglia, un prodotto esaurito da tempo, né la spiegazione. Esempio: qualcuno ha capito quando e perché è stato deciso che la caduta di Berlusconi avrebbe provocato sui due piedi una crisi parlamentare, con voto di fiducia (a distanza di cinque giorni da un altro voto di fiducia sempre sullo stesso governo e per le stesse ragioni) annunciata come ovvia ma negata in quanto “il governo è più forte” e “la maggioranza è coesa”? Propongono un criterio di lettura della oscura realtà politica italiana o almeno di quel poco di fatti e parole che trapelano, nel senso che non sono tutti (i fatti e le parole, che si chiamano “dichiarazioni”) dello stesso tipo, benché sembrino impastate in un solo materiale opaco e sembrino sempre annunciare qualcosa che non accade. Propongono che di fronte a noi, cittadini di un Paese dotato di una politica allo stesso tempo noiosa, ripetitiva e spettacolare, sia in piena attività in un circo a tre piste. Gli spettacoli hanno, più o meno, la stessa durata, la stessa scaletta (i tafferugli nelle camere, la crisi dei partiti, il susseguirsi delle dichiarazioni di guerra o di annuncio).

Contano i “social network”, da facebook ai twitter, che, se non altro, consentono di dire un numero molto alto di cose insensate e poi di smentirle subito. Ma per che cosa, su che cosa, e mentre sta accadendo che cosa? Lo abbiamo già detto varie volte e siamo costretti a ripeterlo: in Italia non sta succedendo nulla. Si tratta di un singolare aspetto della crisi che tormenta il mondo, ma in nessun’altra democrazia hanno deciso di fermare tutto, in modo da impedire elezioni, opposizioni, e decisioni. E allora si animano le tre piste del circo che chiedono la nostra attenzione. Prima pista, il governo. C’è ancora qualcuno che si immagina che sia il luogo del potere. Non lo è. Avrete notato che non decide nulla, salvo togliere ogni volta qualcosa a qualcuno scegliendo accuratamente dalla classe media in giù, e facendo in modo che i poveri provvedano ai più poveri e i più poveri ai disperati, escludendo del tutto i disabili, che sono stati posti, da criteri mai discussi, alla fine di una curiosa scala di spinte in basso che garantisce l’impossibilità certa di qualunque ripresa. Il governo continua a sfilare con un suo orgoglio che però è incomunicabile. La separazione fra governo e Paese è perfetta. Sulla seconda pista la performance spetta ai partiti. Con una vecchia battuta si potrebbe dire dire che bisogna agitarli prima dell’uso. I berlusconiani hanno bisogno dei loro traditori, i “traditori” precisano che restano berlusconiani (benché nessuno li voglia) e frammenti vari (che sfilano anch’essi in testa o in coda, si dichiarano amici degli uni e degli altri e strappano il loro minuto di Tg. I

Partecipanti al Pd, non si sa mai per tempo se iscritti o non iscritti, hanno il loro momento spettacolare con le primarie del Segretario che forse è il candidato primo ministro e forse no. Dibattono intensamente insieme e appaiono molto civili. Ma sono anche coscienti che lo spettacolo in corso sulle altre due piste, governo ben visibile e immobile, e maggioranza che si esibisce come minoranza che fa valere le pretese di un’altra (eventuale) maggioranza, hanno un punto di raccordo quando, insieme (più o meno intonati) annunciano e anzi reclamano le riforme, “a cominciare dalla riforma elettorale” (questa è sempre la frase di apertura e chiusura dei finti dibattiti). Infatti, improvvisamente, il capo gruppo Pd alla Camera, Speranza (unica cosa incoraggiante il nome), si rende conto che si deve pur creare un raccordo fra governo e partito di larghe intese, minori intese e nessuna intesa. Prende tutti di sorpresa (ma non Violante che ci aveva pensato un minuto prima) invocando e anzi annunciando una bella riforma della giustizia che abbassi le arie ai giudici, dopo tutto il disordine che hanno creato con la loro mania di indagare. Prima di decidere se sia o no un grande spettacolo, occorre rendersi conto che non c’è pubblico. Niente di tutto quello che accade, e che abbiamo cercato di descrivere con ordine, ha a che fare con l’Italia, una Repubblica fondata sui senza lavoro.

il Fatto Quotidiano, 1 Dicembre 2013