In Italia sono 109 i manager bancari che guadagnano oltre 1 milione di euro a fronte dei 2.714 della Gran Bretagna. Più distanziata la Germania (212) e la Francia (177) mentre la Spagna si ferma a 100. E’ quanto si legge nel rapporto dell’autorità bancaria europea, l’Eba, sulle retribuzioni del 2012.  Il rapporto mostra come vi siano molte differenza fra i diversi Paesi dell’Unione.

In alcuni Stati (come ad esempio la Bulgaria, la Croazia, la Repubblica Ceca) non risulta alcun bancario pagato più di un milione di euro, mentre sono relativamente numerosi in Paesi piccoli ma a elevata finanziarizzazione come la Danimarca (48), l’Olanda (27) l’Irlanda (17), l’Austria (19) e il Lussemburgo (15). La Grecia si ferma invece a 1.

Entrando nel dettaglio della classifica, in Italia i più ricchi sono 10 top manager del comparto dell’asset management (la gestione di capitali) che hanno una retribuzione media di 2,22 milioni. Poco dietro, con 1,82 milioni di incasso medio, ci sono 11 banchieri del retail. Al terzo posto 47 banchieri d’investimento con  di 1,6 milioni. L’Eba, inoltre, sottolinea che il rapporto fisso-variabile per i manager italiani del risparmio gestito è del 380% nettamente al di sopra di quello che possono vantare i banchieri retail (94%).

L’analisi, poi, evidenzia come la congiuntura negativa non abbia intaccato gli introiti dei signori del credito. Anzi. La retribuzione media per banchiere italiano, infatti, è pressochè invariata rispetto al 2011 quando i top manager sopra il milione delle banche italiane erano in tutto 96 con 1,646 milioni di euro di incasso medio (1,651 nel 2012). Il rapporto tra variabile e fisso, poi, l’anno scorso è salito al 124% (era del 90% nel 2011).

L’Eba, infine, sottolinea come ai piccoli risparmiatori italiani mentre scoppiava la crisi finanziaria (nel biennio 2007-2008) sono stati piazzati prodotti finanziari “complicati” da parte degli intermediari. In Italia la crisi finanziaria, si legge in un’analisi dell’authority, ha indotto le banche a cercare fonti alternative di liquidità e “ad emettere e distribuire prodotti complicati al retail”. Prodotti che possono essere illiquidi, e “correre rischi di essere mal prezzati al momento della vendita”.

E se le buste paga dei banchieri sono andate a gonfie vele, altrettanto non si può dire di quelle dei lavoratori dipendenti italiani. A fine 2012 infatti si sono alleggerite di 830 euro l’anno rispetto a quelle di fine 2010. In dettaglio, la costante erosione ha portato la media mensile dai 1.328 euro del 2010 ai 1.264  del 2012, con un calo di 64 euro al mese. Vale a dire, considerando anche la tredicesima, che un lavoratore dipendente ha portato a casa a fine anno appunto 830 euro in meno.

Il quadro emerge dal rapporto sulle economie regionali di Bankitalia, che mostra come il calo sia stato generalizzato per tutti i settori produttivi e tutte le aree geografiche: in particolare, al Sud e nelle Isole la riduzione delle retribuzioni tra il 2012 e il 2010 è stata di 62 euro al mese, al Centro di 65, nelle Regioni del Nord Est di 64 euro e in quelle del Nord Ovest di 62 euro al mese.

Se invece si guardano i settori produttivi, il più colpito è quello dei servizi, mentre si sono “salvate” le costruzioni, con un ribasso di 34 euro al mese. Colpa, dice Bankitalia, del progressivo deterioramento della qualità del lavoro tra i giovani in possesso di una laurea: la quota di giovani laureati occupati in mansioni a bassa o a nessuna qualifica è cresciuta in media di 3,7 punti percentuali (al Sud di 13), arrivando al 31,9 per cento.

Se il gap fra Nord e Sud non si manifesta apertamente sul fronte del calo degli stipendi, rimane comunque elevato su quello economico: nel 2013, spiega infatti il rapporto, continuano a pesare “le caratteristiche strutturali del Mezzogiorno”. Al Sud “la componente estera della domanda ha un peso minore e la presenza di imprese innovative è relativamente inferiore”.

Senza contare, come ha spiegato il vice direttore generale di Via Nazionale, Luigi Federico Signorini, che, in un momento di flessione generalizzata di prestiti a famiglie e imprese, al Sud il credito resta più caro e fornito con più parsimonia rispetto al Nord, a causa non solo di fattori strettamente economici, ma per “il fatto che nel Mezzogiorno è più debole la tutela della sicurezza e dei contratti per via della criminalità e dei tempi più lunghi della giustizia”.