Due giorni fa è accaduto un fatto che è passato quasi completamente sotto silenzio. Un fatto, per quanto mi riguarda, di una gravità inaudita. Nell’udienza del processo cosiddetto “Borsellino Quater”, quello agli esecutori materiali della strage di Via D’Amelio, sono stati chiamati a testimoniare tre dirigenti della Polizia di Stato, che formavano, insieme al loro capo Arnaldo La Barbera, deceduto più di dieci anni fa, la squadra investigativa “Falcone-Borsellino”, nata proprio per indagare sulla strage del luglio 1992: Vincenzo Ricciardi, già questore di Bergamo e attualmente in pensione, Mario Bo’, dirigente della Divisione Anticrimine della questura di Gorizia, e Salvatore La Barbera, dirigente della Criminalpol di Roma. L’ultimo non si è presentato, i primi due si sono vergognosamente avvalsi della facoltà di non rispondere. Hanno scelto il silenzio.

Ora mi chiedo, come può uno Stato pretendere che i suoi cittadini denuncino la criminalità organizzata, che si facciano avanti come testimoni oculari e che collaborino con le forze dell’ordine e con la magistratura, se sono proprio i suoi stessi rappresentanti, i suoi pubblici ufficiali (peggio ancora se funzionari con incarichi di comando) che si tirano indietro e si rifiutano di collaborare per arrivare alla verità e, quindi, alla giustizia? In televisione passano giornalmente spot che invitano a lottare contro l’usura, a superare la paura delle possibili conseguenze… e due dirigenti della Polizia di Stato possono permettersi di dare il cattivo esempio?

Che spiegazione possiamo darci, noi cittadini, di questo imbarazzante silenzio? Hanno avuto forse timore che potesse uscire fuori qualche segreto inconfessabile? Qualche elemento che potesse metterli in difficoltà rispetto il reato per il quale sono attualmente indagati dalla stessa Procura di Caltanissetta, ovvero il reato di calunnia? Come è possibile che due dirigenti della Polizia di Stato non vogliano aiutare i giudici a capire cosa successe veramente nel periodo in cui avvenne il depistaggio Scarantino?

Questo non è un processo come gli altri. Questo processo è la possibilità che ha lo Stato di dare giustizia non solo a Paolo Borsellino ma anche a cinque agenti della Polizia di Stato. Cinque loro colleghi. E’ questo il modo in cui Mario Bo e Vincenzo Ricciardi onorano i colleghi che hanno dato la vita per lo Stato?
Paolo Borsellino, pochi giorni prima di morire, disse questa frase, in un convegno pubblico: “Sono morti per noi. E abbiamo un debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici…collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno la loro eredità.” E non è accettabile che due uomini di Stato, soprattutto se con una carriera come la loro, con gli incarichi che hanno ricoperto e che ricoprono, possano essere i primi a rifiutare e a tradire l’eredità di Paolo Borsellino.