Una sentenza caratterizzata da numerose criticità, motivata in maniera illogica e contraddittoria. Con queste parole la procura di Palermo ha appellato l’assoluzione di Mario Mori e Mario Obinu, i due ex generali del Ros, scagionati nel luglio scorso dall’accusa di aver favorito Cosa Nostra. In ottantotto pagine il sostituto procuratore Antonino Di Matteo prova a smontare la sentenza della quarta sezione penale del tribunale di Palermo, che il 14 ottobre scorso aveva depositato le motivazioni dell’assoluzione dei due militari. “La sentenza che si impugna è stata emessa dal Tribunale in esito ad una valutazione delle prove acquisite che si caratterizza per una serie di, numerose e significative, criticità che sono poi sfociate in un percorso motivazionale per molti versi illogico e contraddittorio”, scrive il pm nell’atto d’appello.

“Si deve rilevare che, benché non manchino aspetti che sono rimasti opachi, la compiuta disamina delle risultanze processuali non ha consentito di ritenere adeguatamente provato come le scelte operative in questione, giuste o errate, siano state dettate dalla deliberata volontà degli imputati di salvaguardare la latitanza di Provenzano o di ostacolarne la cattura”, scriveva la corte presieduta dal giudice Mario Fontana nelle motivazioni della sentenza di assoluzione. Motivazioni aspramente contestate da Di Matteo. Mori e Obinu sono accusati di non aver deliberatamente arrestato Bernardo Provenzano, nonostante la soffiata del confidente Luigi Ilardo, che localizzava il boss corleonese in un casolare nei pressi di Mezzojuso, il 31 ottobre del 1995. “Se, come affermano gli imputati, la mancata attivazione di qualsivoglia indagine sul casolare era esclusivamente frutto della scelta operativa di attendere il nuovo incontro di Ilardo con Provenzano, perché gli effetti di quella scelta, l’inerzia più totale, si protrassero anche quando si ebbe notizia dell’uccisione di Ilardo?”, si chiede l’inquirente palermitano, sottolineando l’inerzia manifestata dai due imputati, anche dopo il misterioso assassino del confidente Ilardo, nome in codice Oriente, pochi mesi dopo il fallito blitz di Mezzojuso.

Ilardo era la fonte riservata del colonnello Michele Riccio, il primo a denunciare le pressioni di Mori e Obinu per far saltare qualsiasi tipo di irruzione nel casolare dove Provenzano aveva riunito in summit i suoi fedelissimi. Secondo i giudici del processo di primo grado, però, Riccio non racconterebbe tutta la verità, dato che non informò tempestivamente i magistrati della condotta tenuta dai suoi superiori. Una mancata denuncia che Di Matteo spiega collegandola alla gerarchia. “L’importanza e l’effettività del vincolo gerarchico che caratterizza l’Arma dei Carabinieri – si legge nell’atto d’appello – l’eccezionale carisma e decisionismo del colonnello Mori, il fatto che il colonnello Riccio era un semplice aggregato al Raggruppamento, rappresentano elementi che conducono tutti ad una conclusione incontestabile: la paternità della decisione finale su una questione così delicata non poteva che competere esclusivamente al Comandante operativo del Ros e quindi al colonnello Mori” . Secondo il pm, dunque, Riccio non informò immediatamente i magistrati, perché credeva ancora nella buona fede dei superiori: toccava in pratica a Mori avvertire tempestivamente la procura della soffiata ricevuta su Provenzano. “Ed invece – continua Di Matteo – come l’istruzione dibattimentale ha dimostrato, la prima nota del Ros facente riferimento ai nomi e alle situazioni collegati all’incontro di Mezzojuso reca la data del 30 luglio 1996. Nove mesi dopo l’incontro con il Provenzano”.

La procura nel suo atto d’appello fa cenno anche alla sentenza del gip Maria Pino che aveva archiviato Riccio dall’accusa di calunnia nei confronti di Mori e Obinu. “È convincimento di questo Giudice – scriveva il gip il 19 settembre del 2011- che la condotta assunta e perpetuata dal Generale Mori e dal Colonnello Obinu non sia da ascrivere a difficoltà tecniche od organizzative né ad errori di valutazione. Non vi sono elementi che inducano a ciò. Piuttosto, le acquisizioni istruttorie convergono nell’ascrivere la condotta suddetta ad una deliberata strategia di inerzia – articolata su più versanti ed ulteriormente protratta pur dopo il deflagrante evento costituito dall’omicidio di Ilardo Luigi – che non trova giustificazione alcuna, non emergendo neppure dagli interrogatori una differente adeguata chiave di lettura, se non nelle finalità di agevolazione recepite dalla imputazione elevata dall’organo inquirente con la richiesta di rinvio a giudizio in atti”. Nonostante quell’archiviazione di due anni fa, oggi Riccio rischia nuovamente un processo per calunnia, dato che la corte presieduta da Fontana non ha creduto alla sua testimonianza, assolvendo quindi Mori e Obinu e inviando gli atti relativi alla sua deposizione alla procura, che si deve ancora esprimere sulla posizione del carabiniere.

Di Matteo, però, nel suo appello non risparmia critiche a quella sentenza di primo grado. “Il Tribunale – scrive il pm – nel valutare l’asserita insussistenza dell’elemento psicologico del reato, ha erroneamente adottato il metodo della frammentazione, atomizzazione e mancata integrazione reciproca di elementi di prova direttamente concernenti anche vicende strettamente collegate a quella oggetto diretto della contestazione. La realtà che emerge dal processo è invece quella di una vicenda investigativa assolutamente unica nella storia della mafia e delle investigazioni sulla mafia”. Per la procura di Palermo il mancato arresto di Provenzano è uno dei nodi fondamentali della Trattativa tra la mafia e pezzi dello Stato. Ed è per quel patto segreto con Cosa Nostra che Mori avrebbe fatto saltare la cattura del boss, considerato il regista della Trattativa, poi arrestato soltanto undici anni dopo nei pressi della natia Corleone.

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