Vestito nero lucido, fisico sottile, capelli neri lunghi, lisci, lucidissimi. Mentre fa il suo ingresso nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma capisci subito che la serata serberà molte sorprese

Nick Cave, classe 1957, ha appena iniziato a cantare il primo brano: We know who u r. Il ritmo è ipnotico. Una ragazza dalla platea gli porge la mano, lui, senza esitazione, gliela stringe. All’improvviso il ritmo cambia, entrano tutti gli strumenti (i Bad Seeds), lui si stacca dalla ragazza e in un attimo si ripiomba negli anni Settanta. Nick si tuffa nella platea, il pubblico si alza in piedi, in tanti corrono verso il palco, decine di mani lo sorreggono. La security non interviene, è letteralmente impossibile andarlo a recuperare tra i sedili di velluto. Ma non serve, dopo pochi secondi è di nuovo sul palco, lancia il microfono per terra e si siede al pianoforte. Il pubblico è in visibilio, ed è soltanto l’inizio.

Come se nulla fosse presenta il secondo brano, Tupelo. La folla è ancora ammassata sotto il palco. La Sala Santa Cecilia si è trasformata, la security sembra aver rinunciato. Nick fa il gesto di avvicinarsi, stringe decine di mani, canta a ridosso dei fan, ti guarda a lungo negli occhi. Battezza tutti con il suo sudore. “Vecchia volpe”, ho pensato. Il trucchetto gli sta riuscendo benissimo. Qualcuno gli porge una collana, lui l’afferra al volo e se la mette in tasca. Un attimo dopo è di nuovo tra la folla, si fa spazio salendo sui sedili e facendo leva sulle mani che stringe con forza. Come un Cristo che cammina sulle acque, senza smettere mai di cantare, si addentra sempre di più, scivola, si siede, risale sui sedili, senza mai lasciare le mani dei suoi fan.

Una specie di campana a morto scandisce Red Right Hand. Il palco è essenziale, le luci rosse e blu minimaliste, ma perfette per accompagnare il brano. Strappa uno dei tanti telefonini dalle mani di una ragazza e “She’s using a shitty iPhone…” diventa una frase del brano.

Camicia aperta fino al plesso solare, Nick Cave si muove come Michael Jackson, ha lo stesso carisma di Jim Morrison, e fa impallidire buona parte dei gruppi rock che si sono guadagnati la scena negli ultimi 20 anni. Rage against the machine, System of a down e compagnia cantante, fate largo. Sta arrivando il mio nuovo idolo. A tratti, nel timbro, ricorda Bruce Springsteen. Nell’intenzione rivedo Neil Young. PJ Harvey è senza dubbio il suo equivalente femminile. Ma Nick Cave è Nick Cave, e io lo sto scoprendo solo stasera.

Non faccio in tempo a riprendermi che arriva un altro colpo di scena. Una ragazza sale sul palco, lo abbraccia. Lui la stringe. Quando fa per scendere la blocca e canta la prima strofa di Mermaid abbracciato a lei. E’ una ballata, di quelle con la coda strumentale lunga. Si sporge con delicatezza, quasi come farebbe un bambino e poche mani gli accarezzano il viso e i capelli. Ha domato il leone e gli mette la testa nelle fauci, perché sa che non stringerà la presa.

Non ho mai visto un cantante instaurare un simile rapporto con il suo pubblico. I fan più coraggiosi si avventurano arrampicandosi sui sedili, scavalcando schiene, qualcuno ce la fa, gli stringe la mano, si rispecchia nel mito per pochi interminabili secondi. Altri non ce la fanno, e spariscono all’improvviso trascinandosi dietro tre o quattro persone.

Siamo ancora tutti in piedi. Nel silenzio qualcuno gli dice qualcosa in italiano, lui prima cerca di capire poi laconico risponde: “I don’t know what you’re talking about, but I think you are fucking insane”. Ora è solo al suo pianoforte: “What do you wanna hear?”. Si decide per Sad waters. Un piccolo capolavoro. Non so perché ma le canzoni che hanno a che fare con l’acqua sono sempre le mie preferite. Sia Springsteen che Pj Harvey hanno scritto una canzone che si chiama The river. Ascoltatele e ditemi se non ho un po’ di ragione.

Poi è il momento di Into my arms. Cantano tutti. I segni dell’età si vedono, ma Nick Cave è sinuoso, cammina come un ragazzino del liceo che non è mai cresciuto e balla da dio. Braccia aperte, indici puntati, si protende di nuovo verso il suo pubblico, ripete “Can you feel my heartbeat”, mentre si porta le mani dei suoi fan al cuore. Come un idolo di carne e sangue si rende feticcio palpabile.

Si siede di nuovo al pianoforte per Push the Sky Away. Il pubblico rumoreggia: “Hey! I’m trying to sing a fucking song”. 

Il concerto sta finendo, all’ultimo bis afferra un ragazzino dal pubblico e se lo tiene lì abbracciato per tutta la canzone. E’ We real cool. Imbarazzo e timore per il mito si dissolvono come neve al sole e in un attimo “Nicola” diventa un amico.

Sono passate due ore e mezza ma il tempo si è fermato. Sono ipnotizzata e sì, Nick, riesco a sentire il battito del tuo cuore.

Grazie

Foto di Musacchio e Iannello

Il 19 febbraio 2013 è uscito Push the Sky Away, il primo album di studio di Nick Cave and the Bad Seeds senza Mick Harvey, pubblicato sotto l’etichetta discografica Bad Seeds Ltd
Il 3 dicembre esce il nuovo album “Live from KCRW”

www.nickcave.com