“Come somigli a tuo padre, fa impressione”, mi dice una signora ultranovantenne, ricordando quell’uomo morto quaranta anni fa. Mi fa piacere e mi inquieta l’osservazione,

“Come ti somiglia tuo figlio!”. E allora, per la proprietà transitiva, collego questi maschi importanti e così lontani, che non si sono incrociati nella vita.

Penso a che padre era mio padre, a che padre sono io: la linea maschile, così tronfia di atavico orgoglio, la trasmissione patrilineare del cognome, così incerta sul da farsi. La madre sa fare la madre, quei due corpi che sono stati uno rimangono per sempre, a fare il padre si impara, più o meno bene. Il bel libro di Michele Serra, Gli sdraiati, va a ruba, perché con disarmante sincerità confessa la lontananza dei padri che siamo dai figli sempre connessi, digitali, abitanti di un mondo psichico tutto loro, che ha accessi difficili per noi: in una paginetta esilarante Serra cerca di immaginare cosa accade nella mente del figlio che chatta al telefono, legge chimica, ascolta la televisione e sente la musica, tutto insieme.

Pare che di questi tempi escano diversi libri sulla paternità e diano voce alle nostre incertezze: Scena padre, è come un coro, o meglio un canto a più voci, molto diverse ma apparentate. Magnifica la risposta del poeta a Magrelli, che gli chiede – Ma com’è, com’è avere un foglio? L’amico si avvicina alla scrivania e con un gesto deciso spazza via tutto: “Così, Non resta niente. Niente di prima, intendo. E’ un disastro, il più splendido disastro che ti possa accadere”. Il libro battistrada, fondamentale è Il gesto di Ettore, dello psicoanalista Zoja: dimostra con messe di dati e di esperienze che la paternità si impara, si inventa, è diversa da cultura a cultura, cambia nei secoli, la maternità la si vive come se fosse già iscritta nei geni.

Mio padre si appoggiava a regole antiche, che sembravano immutabili, a volte dure, ma giuste, oneste, dignitose. E quando c’era la guerra, lotta di territori da conquistare, principi da difendere, lontananze politiche abissali, eravamo nemici leali, pieni di rispetto l’uno per l’altro. Sembrava sapere bene che fare, lui che il padre lo aveva perso presto e le regole le aveva imparate da ragazzino in Marina. Ora mi chiedo se non bluffasse almeno un po’, come faccio io se devo passare ai figli sicurezze che non ho: sì, guarirai prestissimo, il tuo male dipende da questo, con la prof deficiente ti consiglio di fare così. Ed è una finzione sana, perché a che servirebbe lasciarli ancora più soli di fronte alle inevitabili sofferenze della vita?

E magari qualche volta la azzecchiamo anche e ci sentiamo genitori, se non saggi, utili.

Un continuo cercare di fare la cosa giusta, come seguire i segnalini del Cai in un bosco, sempre sul punto di perderli. E così diversi col figlio e con la figlia, amori grandissimi simili e diversi, quell’essere nello stesso corpo di maschio ti sembra che dovrebbe aiutare, avere più informazioni, la figlia femmina è mistero nel vederla diventare donna, impercettibili distanze e  polarità. Bello scambiare i ruoli, tra padre e madre, ma poi anche cose di donne e cose di uomini, non credo che sia sbagliato.

Un altro elemento cambiato è che molte paternità arrivano ben dopo i quaranta, all’asilo ti chiedono se sei il nonno e tu rispondi piccato: no! Il padre. Da un lato sembra di avere più esperienza, meno voglia di carriere e più voglia di godersi fino in fondo   quei fiori d’autunno, dall’altro fai i conti degli anni che restano, loro quanti ne avranno quando sarò il mio momento di andarmene, ce la farò a mantenerli agli studi, ad aiutarli nel difficile avvio? Dovranno emigrare per avere un lavoro? Ogni ipotesi di ritiro eremitico, o almeno di pensione, tramonta. Morirò sulla breccia, conscio delle bollette e delle tasse universitarie? Ha ragione il poeta: “Un disastro, il più splendido disastro che ti possa accadere”.