Lasciare la Pianura Padana nel 2011 e trasferirsi su un granello di roccia nel mar Mediterraneo senza una data di scadenza. Quello di Giorgio, Silvia e Michela è un viaggio dentro i confini dell’Italia, che va da Verona fino alla punta più a sud dell’Europa: Lampedusa. “Non siamo andati sull’isola per aprire un bar, ma abbiamo aperto un bar per vivere su quell’isola”: Giorgio Cacciatori, 45 anni, inizia così il racconto del cambio di rotta. Deejay per 26 anni tra il Lago di Garda e Riccione, oggi gestisce il locale più a sud del continente, lo Sbarcatoio, che si affaccia sul porto vecchio, in direzione delle coste nordafricane. Sull’isola atterra la prima volta da turista, nel 2009, ed è subito colpo di fulmine. Ci ritorna l’anno successivo, ma trova chiuso lo Sbarcatoio, meta per gli aperitivi. Non ci pensa su due volte e insieme alla fidanzata Silvia e alla sua amica Michela, 38 anni entrambe, decide che quel posto diventerà l’occasione per voltare pagina.

“Eravamo alla ricerca di benessere, non di soldi”, confida Giorgio. E i fatti lo confermano. Silvia, responsabile vendite per un grande marchio di abbigliamento con un contratto a tempo indeterminato, si licenzia dal lavoro. Lo stesso fa Michela, ex contabile per un’azienda di software. Nel giro di qualche mese i tre salpano per il lido dei loro sogni. Un salto nel buio? “Quasi. La città di 400 mila abitanti, coi suoi ritmi frenetici, è un’altra cosa dal paese di seimila persone dove il tempo scorre più lento. Qui non c’è stress, non ci sono rotture di scatole. Ti sposti in motorino o a piedi e in un attimo fai il giro dell’isola” continua Giorgio, fiero di aver messo al primo posto la qualità della sua vita e non la carriera di un successo altrove.

L’ispirazione a tagliare i ponti con la routine arriva molto prima, a Carloforte. È il 2008, Giorgio affitta un appartamento per le vacanze e scopre che il proprietario è un ex dirigente di una multinazionale con un super stipendio, che un giorno si è guardato allo specchio mentre si faceva la barba e ha detto basta a quel lavoro. Quindi si è dimesso, ha fatto i bagagli e ha aperto un bed and breakfast sull’isola di Carloforte, nell’Arcipelago del Sulcis. “Avrei potuto farlo anche io – Giorgio ripete il pensiero che gli balenò in testa quel giorno – visto che avevo già 42 anni e la mia carriera si era consumata”. La fantasia non l’ha tradito.

A febbraio 2011 Giorgio, Silvia e Michela si mettono all’opera e tirano a lucido il locale. Ad aiutarli ci sono anche tanti lampedusani, ognuno come può. “D’inverno la gente ha più tempo libero e stando su un’isola hanno garage attrezzatissimi per il fai da te”. È tutto pronto: i tre soci possono rimboccarsi le maniche ancora, questa volta nel modo e nel posto che piace a loro. “Apriamo il bar a marzo e lo chiudiamo a metà ottobre, tutti i giorni dalle 7.30 alle 2.30 del mattino. L’orario lavorativo è più pesante di prima, stando qui, però, non ha prezzo. A Verona, invece, non mi sarei mai cimentato in un’attività del genere”, confessa Giorgio.

Gli avventori sono soprattutto i locali. “Da noi si siedono i pescatori, il turismo è solo un valore aggiunto”. I privilegi di stare su un’isola di 20 chilometri quadrati non si leggono solo sui romanzi. “La vita costa di meno, posso pescare il pesce e farmelo alla griglia, ho gli alberi da frutto in giardino, per l’affitto della casa (con dammuso) pago quello che a Verona pagherei per un monolocale in seconda periferia e non ho la spesa del riscaldamento”.

Certo, non è tutto oro quello che luccica. I problemi di Lampedusa sono sotto gli occhi di tutti. “L’ospedale non esiste, c’è soltanto un poliambulatorio e gli specialisti visitano una volta alla settimana”, spiega Giorgio. Donne in gravidanza costrette a partorire a Palermo o sulla penisola, malati di tumore che devono salire su un volo aereo per fare le chemioterapie, e le agevolazioni per i collegamenti con la terraferma sono ridicole. “Anche il diesel ha un costo altissimo. Lampedusa – suggerisce – dovrebbe diventare una zona franca”.

Giorgio, Silvia e Michela si sentono a casa. “I lampedusani sono molto ospitali e io rispetto la loro identità: non ci trattano più da forestieri ma – puntualizza l’ex deejay – sono loro i padroni dell’isola ed è giusto così”. All’inizio lo scambiavano per un giornalista o un fotografo. “Partecipavo alle riunioni, andavo alle manifestazioni con loro. Era la primavera del 2011 ed era appena esplosa l’emergenza degli sbarchi dei migranti”. Oggi lo salutano tutti e forse è già uno di loro. “Mi prendevano in giro quando chiudevo la macchina o la porta di casa. Qui il concetto di proprietà privata è diverso – spiega Giorgio ancora incredulo -: lungo le vie del paese trovi la gente seduta fuori e se vuoi andare a trovare qualcuno non devi avvisarlo prima o suonare il campanello di casa. La porta è sempre aperta, entri e dici che sei lì. Al nord invece ci sono mille barriere prima di incontrare qualcuno, innanzitutto devi essere invitato. Qui sembra di stare in una grande famiglia e io ho imparato ad aprire casa mia. A Lampedusa la vita è meno nevrotica e sospettosa”.

Lo Sbarcatoio rimane chiuso da fine novembre a metà febbraio e Giorgio, Silvia e Michela ne approfittano per riposarsi e visitare i parenti a Verona. Giurano di non essersi mai sentiti soffocare una volta. L’unico che ha sofferto di crisi di astinenza è Giorgio: “Mi manca andare allo stadio e fare il tifo per l’Hellas Verona, la mia squadra del cuore”. Per il resto ha capito che non si può vivere a metà, o fare finta di stare bene. Rimandando la felicità a tempi migliori c’è il rischio che il tempo passi e se ne vada.