Non è un cantautore italiano, pur essendo italiano. Non è nemmeno una indie rock band perché suona parecchio pop. Non è nemmeno una pop band perché ha un approccio abbastanza indie. Il progetto Pagliaccio nasce a cavallo tra il 2010 e il 2011 sulle ceneri di molte altre cose, dato che non sono più dei teenager e hanno parecchie esperienze musicali alle spalle. E come spesso accade, il processo è quello di semplificazione e bonifica delle soluzioni e degli arrangiamenti: via pedalini e chitarrone distorte ed ecco la forma canzone, le melodie più morbide e gli arrangiamenti più minimali.
La formazione dei tre pagliacci è molto eterogenea e questo si sente nei brani che compaiono nel loro ottimo disco d’esordio e di cui consigliamo vivamente l’ascolto, Eroironico. Riguardo al nome, Pagliaccio, il frontman della band piemontese Alessandro Chiorino spiega che “l’abbiamo scelto perché secondo noi propone una immagine che si adatta bene alla nostra musica. Noi facciamo pop, quindi i nostri pezzi sono di facile ascolto e assimilazione, però dietro alla patina luccicante e colorata spesso presentano dei contenuti più intensi e anche drammatici, esattamente come il Pagliaccio, che nasce per farti ridere ma che tutti noi vediamo con un retrogusto un po’ malinconico e drammatico. E poi noi usiamo il sarcasmo e l’ironia per dire le cose, e nessuno ci può dire niente: chi può attaccare un Pagliaccio perché dice stupidaggini, è un Pagliaccio…”.
Freschi vincitori al Rock in Roma Factory, le loro canzoni raccontano storie, parlano di tipi umani, rappresentanti di determinate caratteristiche psicologiche che vengono prese da spunto e universalizzate. “Sicuramente guardiamo alla quotidianità e alle cose semplici della vita come punto di partenza per raccontare universi più completi e complessi”. Li abbiamo intervistati per conoscerli più a fondo.

Avete trionfato recentemente al Rock in Roma Factory, una bella vetrina. Che ricordo avete di quell’esperienza?
Un ricordo bellissimo. Soprattutto perché è stata una vittoria inaspettata e che è giunta a coronamento di un anno bellissimo fatto di più di cento live in tutta Italia, due ristampe del disco e parecchi concorsi vinti. Eravamo contenti e soddisfatti già solo di essere arrivati alla finale, e non ci vedevamo tra i favoriti per la vittoria. Abbiamo fatto un sacco di ore di auto per suonare i nostri due pezzi e lo abbiamo fatto con convinzione come sempre, ma l’epilogo finale è stato inaspettato e quindi ancora più bello. Il contest è una bellissima vetrina, soprattutto perché è una espressione di quello che è diventato forse il Festival estivo più importante in Italia e perché mette in palio dei premi davvero importanti, come una apertura sul main stage proprio a Rock in Roma per l’edizione 2014 e la produzione di un singolo in collaborazione con una major.

Che differenza c’è secondo voi fra mainstream e indie?
La differenza sta in termini di numeri. Il Mainstream si rivolge e attinge allo stesso tempo a un bacino molto più ampio numericamente, mentre l’indie raccoglie più o meno una nicchia più limitata. Ma entrambi sono connotati da precisi canoni e hanno più o meno precisi confini. Nonostante ciò, per quanto ci riguarda, ci riteniamo decisamente crossover e questo è un bene ma anche un male, perché ti permette di affacciarti a più porte ma a volte magari di non essere pienamente rappresentativo da nessuna parte. Ma prima o poi sceglieremo, e ovviamente sceglieremo di andare dove ci farà più comodo, come ci piace sempre dire, da veri italiani.

Mi parlereste del vostro disco d’esordio Eroironico?
Il disco, registrato e prodotto al MeatBeat Studio di Aosta, è nato probabilmente senza che nemmeno ce ne accorgessimo, per dare una forma concreta al progetto. Non lo avessimo registrato forse ci avremmo girato ancora molto intorno. Invece non ci abbiamo pensato troppo e siamo entrati in studio quando non avevamo ancora nemmeno tantissimi pezzi e abbiamo accettato il fatto che il prodotto di quei mesi di studio saremmo stati noi. E da lì siamo partiti per costruire la nostra identità.

Qual è il significato del titolo?
Il titolo che abbiamo scelto è un po’ come spiegare il finale di una barzelletta: indichiamo subito qual è la chiave di lettura per capire il nostro disco, senza nasconderci dietro a nessun intellettualismo sofisticato e cervellotico, in ottica molto autoironica. Le fotografie di Stopdown studio di Aosta della copertina e del retro del cd completano l’opera proponendo Pagliaccio#2 (Marco Sgaggero basso e cori) intento a tirare uno schiaffo e Pagliaccio#1 (Alessandro Chiorino, voce e chitarra) che lo riceve come a meravigliarsi che, appunto, l’ironia non venga colta e vada spiegata.

C’è un artista che vi ha influenzato particolarmente?
È una domanda difficile. Potremmo fare duemila nomi o non farne nessuno. E allora ne facciamo uno: Edoardo Bennato. Lo stile, l’approccio del primo Bennato sono davvero grandi, sia nell’attitudine musicale così ostentatamente rock’n’ roll, ma così “italiana” e genuina, sia nei testi ironici, metaforici, coraggiosi e avantissimi per l’epoca.

Quale canzone, fra quelle che avete scritto, vi rappresenta di più?
Forse “Crociera”. Rappresenta il testo e l’abbinamento testo/musica meglio riusciti per quanto riguarda la ricerca dello “stile Pagliaccio”. Il brano parla del dramma delle migrazioni all’interno del Mediterraneo tra il nord Africa e l’Italia, ma lo fa come se il viaggio fosse una lussuosa crociera, mescolando dramma e leggerezza in modo ben equilibrato ed efficace, portando all’estremo l’ossimoro del contenuto drammatico abbinato alla forma spensierata e leggera.

Qual è il messaggio che vi piacerebbe venisse colto ascoltando il disco?

Ci piacerebbe che passasse il messaggio che si può fare musica “orecchiabile” e di facile assimilazione senza rinunciare ai contenuti. Non siamo i primi e speriamo non saremo gli ultimi ad avventurarci su questa strada, che peraltro sembra più facile di quello che è. Ci piacerebbe che il nostro disco facesse pensare e che dopo diversi ascolti ci fosse ancora qualcosa di nuovo da scoprire che non si era colto subito. In generale che le cose non sono mai esattamente come sembrano.