Mentre il popolo italiano tenta di distrarci con problemi futili e secondari, come ad esempio quello di arrivare alla terza settimana del mese (sulla quarta proprio non ci spera), provando ad attirare l’attenzione con alluvioni e tifoni, in Parlamento si consuma lo psicodramma del perseguitato B.: il voto sulla decadenza.

Al pari dei predecessori letterati della seconda metà dell’Ottocento, al di fuori della norma tanto nella produzione di politica artistica quanto nella pratica di vita, il decadente e decadentista B. vive il contrasto tra ciò che è concreto e tangibile (la condanna definitiva per frode fiscale e le imputazioni in altri processi) e ciò che è irreale ed astratto, dichiarando “tornerò a Palazzo Chigi” e versando in questo continuo stato di tensione che si traduce in stati d’animo malinconici, tendenti al vittimismo e, quindi, all’autodistruzione.

Aspetta questa condanna, che comunque parrebbe implicare una buonuscita di 180 mila euro e un vitalizio di 6.000 euro al mese (certamente quisquilie per lui, ma equiparabili a un gratta e vinci molto fortunato per la maggior parte degli italiani). E intanto la realtà intorno a lui assume nuovi contorni tra commensali che vanno e vengono, in attesa che, dopo nove anni di processo e tre gradi di giudizio, arrivi dall’America “la cavalleria” sotto forma di supertestimone documentale, attraverso carte chissà perché sconosciute fin qui e tirate fuori dal cilindro in extremis.

“Chi voterà per la mia decadenza dovrà vergognarsi davanti ai suoi figli!”: questo l’ultimo accorato anatema dopo il fallito tentativo di lusinghe ai senatori pentastellati del povero decadente e decadentista B., non più candidabile a parlamentare, ma candidato da alcuni a patrimonio dell’impunità.

Intanto i pullman “pieni” di spettatori pagati (comme d’habitude) giungono in Via del Plebiscito. Ticket bianco per il pranzo, ticket verde per la merenda, ticket rosso per la cena: va in scena la strenua resistenza degli irriducibili.