Sono trascorsi vent’anni da quando ha iniziato il suo percorso da testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta: da sedici è nel programma speciale di protezione, mentre gli ultimi tre li ha trascorsi protetto da una scorta. Adesso Pino Masciari dovrà pagare un debito verso un fornitore lievitato di sei volte nel corso del tempo, nonostante sia stato riconosciuto che è frutto di usura. Così, dai 50mila euro iniziali, ora si trova esposto per 300mila. Nelle scorse settimane ha diffuso un appello affinché lo Stato se ne facesse carico (in caso contrario sarà costretto a vendere casa), ora sua moglie, Maria Salerno, lancia una petizione in rete raccogliendo nel giro di 48 ore oltre 21 mila firme.

“Non si abbandoni chi lotta contro la criminalità organizzata” è il titolo dell’appello affidato a Change.org. Qui viene ricostruito il percorso che l’imprenditore edile calabrese ha fatto a partire dal 1988, con i primi no alla ‘ndrangheta, le intimidazioni a lui e ai familiari e la gambizzazione di uno dei fratelli fino alla débâcle della tua attività, con i licenziamenti delle maestranze, i conti in rosso e le banche che negano qualsiasi forma di credito. A quel punto, scrive Maria Salerno, “Pino fu costretto a ricorrere agli usurai per ottenere quella liquidità che veniva meno dai mancati pagamenti dei lavori già realizzati dalla ditta”. Ma non fu abbastanza perché nell’ottobre del 1996 la Masciari Costruzioni fu dichiarata fallita.

E prosegue la moglie dell’imprenditore: “La distrettuale antimafia di Catanzaro, la commissione parlamentare antimafia, le diverse sentenze dei tribunali, lo stesso ministero dell’Interno […] presero atto che il fallimento dell’impresa era la conseguenza della sua ribellione al sistema criminale del potere ‘ndranghetistico, per cui la commissione centrale del [Viminale] assunse con delibera l’onere del pagamento della procedura fallimentare e di tutto ciò che ne derivava”. Tutto a posto, dunque? Niente affatto. Anche l’attività di Maria Salerno, che è un’odontoiatra, è andata a gambe all’aria dato che nel 1997 tutta la famiglia è stata costretta a lasciare la Calabria e a trascorrere gli ultimi 13 anni nascosta in una località protetta.

“Nel corso del tempo”, dice Pino Masciari al fattoquotidiano.it, “sono diventato un’icona della legalità. Questa situazione, determinata dal debito che devo saldare nonostante sia stato riconosciuto che si tratta di usura, oltrepassa l’assurdo. Ho denunciato i boss di 4 province e ho esposto me, mia moglie e i miei figli a gravissimi rischi. Adesso devo accollarmi anche quei 300mila euro. Affermare che lo Stato lascia soli i cittadini che dicono di schierarsi dalla sua parte è troppo poco”. E Masciari non è l’unico in questa situazione.

In Italia, a oggi, le persone che hanno fatto la sua stessa scelta sono un’ottantina. La maggior parte di coloro che hanno deciso di non piegarsi alle richieste della criminalità organizzata combatte contro la camorra, seguiti da quelli che hanno detto no a cosa nostra e ‘ndrangheta. Il presidente dell’associazione nazionale testimoni di giustizia, il siciliano Ignazio Cutrò, lo ripete da tempo che loro, gente che mai ha avuto a che fare con le mafie, vengono trattati peggio dei collaboratori di giustizia. Lui, che ha rispedito al mittente le richieste di estorsione dei clan dell’agrigentino, è stato intervistato di recente dall’emittente bolognese Radio Città del Capo (Popolare Newtork) e ha ribadito una “maggiore presenza dello Stato a fianco dei cittadini onesti”.

Certo, a fine agosto dall’associazione è stata accolta in termini positivi la notizia in base alla quale, nella legge di stabilità, è prevista l’assunzione “per chiamata diretta nominativa” per i testimoni di giustizia, come già accadeva alle vittime di mafia. Ma rimane tutto il capitolo delle mancate tutele da parte dello Stato su molti fronti. Lo testimonia, tra le tante, anche la recente vicenda di un altro imprenditore che si è ribellato alla camorra, Gennaro Ciliberto, ex carabiniere che, lasciata la divisa, ha iniziato a occuparsi di sicurezza. Ha girato procure di mezza Italia per denunciare ciò che ha visto nelle aziende per cui ha lavorato e all’inizio di novembre, per protesta contro le sue condizioni di testimone senza protezione, ha iniziato uno sciopero della fame. Anche nel suo caso, il destinatario della contestazione è lo Stato, rappresentato dal ministero dell’Interno.