La Germania si appresta a dare il via al secondo governo di larghe intese dell’epoca Merkel dopo quello del 2005-2009, ma l’alleanza tra l’Unione (Cdu/Csu) e i socialdemocratici scricchiola ancora prima di diventare realmente operativa. Da circa un mese i rispettivi leader trattanto la scrittura di un programma condiviso da fare approvare poi ai rispettivi tesserati e dare vita al nuovo esecutivo. E così, nonostante sembra che finalmente si sia trovato un accordo sull’introduzione di un salario minimo di 8,50 euro l’ora operativo a partire dal 2016, gli elettori dell’Spd continuano a rimanere scettici di fronte alla coalizione e un sondaggio della Bild conferma che solo il 49% dei suoi elettori al momento voterebbe a favore dell’alleanza contro il 57% di quelli della Unione.

Così fosse, la Merkel sarebbe costretta a nuovi sondaggi esplorativi o a un governo di minoranza di volta in volta sostenuto da uno degli altri partiti presenti in parlamento (Spd, Verdi e die Linke). In questa situazione generale di incertezza sia l’Unione che l’Spd hanno cominciato a guardarsi intorno e a preparare il terreno in vista del futuro. E così, nonostante da una parte continuino le trattative per la composizione della prossima squadra di governo (secondo la Bild ci saranno sei ministri Cdu, tre Csu e sei Spd), dall’altra la Cdu stringe un’alleanza con i Verdi per governare assieme in Assia, mentre la Spd nel suo congresso di Lipsia apre ad una possibile e futura alleanza dal 2017 in poi con la Die Linke. Per il quotidiano Die Welt il possibile accordo dei Verdi con la Cdu/Csu avrebbe radici lontane, addirittura dalla prima metà degli anni ‘90 quando alcuni dei leader dell’epoca dei rispettivi partiti si incontrarono in un ristorante italiano di Bonn per mettere a punto un accordo, poi fallito su base nazionale (anche se provato, con successo, in alcune regioni), ma da allora soprannominato Pizza Connection.

Parallelamente a questo nuovo, possibile binomio, l’apertura dell’Spd con la die Linke invece non fa altro che sottolineare come l’attuale partito socialdemocratico non si riconosca più nelle idee del suo ultimo leader capace di raggiungere la cancelleria, quel Gerhard Schroeder che rifiutò di fatto un secondo mandato nel 2005 per non allearsi con gli eredi (indiretti) della sinistra dell’Est e che, con le riforme del suo governo, rese il mercato del lavoro tedesco altamente liberista e flessibile, quella stessa flessibilità che l’Spd di oggi vorrebbe limitare grazie all’introduzione del salario minimo.

La prova del dunque arriverà il 14 e il 15 dicembre quando l’Spd sarà chiamata ad esprimersi sugli accordi raggiunti con l’Unione. La direzione del partito, rappresentata dal recentemente confermato segretario Sigmar Gabriel, spingerà a favore delle larghe intese cercando di fare emergere il concetto che bene o male si tratta di un’occasione per influenzare, anche se da alleato minore, le prossime politiche economiche e sociali tedesche. Ci sarà però da convincere una base che non pare così unita, tanto che anche il premio Nobel per la scrittura Günter Grass, una delle voci intellettuali più influenti dei socialdemocratici più volte ringraziato dallo stesso Gabriel per il grande ruolo svolto per il bene del partito e della nazione, sconsiglia il voto a favore. “Una Große Koalition non lascerebbe nessuna speranza di un futuro all’opposizione”.

Twitter @daddioandrea