E dopo la prima a destra, la seconda a sinistra dicevamo. Ed eccoci qua. La sinistra ha deciso d’inscenare tutto il suo dramma sul palcoscenico delle primarie, mettendo sotto i riflettori lo stato psicotico nel quale si muove scomposta tra qualche agito, molti atti mancati e soprattutto deliri paranoidei da scissione dell’io. Come nei finti tentativi di suicidio, finalizzati alla richiesta di aiuto e alla manifestazione del proprio disagio, la sinistra sta munchianamente urlando ( perché oltre a leggerne la mimica è alquanto arduo interpretarne il contenuto) al proprio elettorato lo sfacelo psichico in cui versa.

Innanzitutto vorrei rivolgere loro una supplica: non chiamateli congressi. Quelle assemblee di condominio nelle quali vi riunite per discutere di questioncine di gestione interna, (tra l’altro decisamente meno significative della riparazione di un ascensore o del rifacimento di una grondaia), indette unicamente per risistemare le regole del gioco delle nomine sul criterio di cosa sia più funzionale a chi, non chiamateli congressi. Se non altro per rispetto a quel partito, il Pci, dal quale diversi di voi vengono o hanno la presunzione di venire; e dallo scioglimento del quale avete fatto tutto il possibile per infangarne la memoria, il rigore e la passione.

L’Italia non è un paese per la sinistra, questo è un fatto: i comunisti non sono mai stati al governo fino agli anni Novanta e quando sono riusciti ad arrivarci è stato grazie alla figura cattolica e moderata di Romano Prodi, attraverso il quale hanno smussato gli angoli di un’identità troppo definita e troppo decisa che ha sempre spaventato la fetta più ampia dell’elettorato. Ma il fatto che l’Italia non sia un Paese per la sinistra, non significa che anche la Sinistra non sia piu’ un paese per la sinistra. Per guadagnare consensi, per omologarsi alla cultura dominante la sinistra si sta progressivamente sbarazzando della propria identità; al momento il partito democratico sembra rinnegare la propria essenza e la propria storia con un’operazione di camoufflage degna di un ricercato che cambia taglio e colore di capelli per non farsi riconoscere.

Ebbene, a suon di assemblee di condominio, regole, regolucce e regolette, un giovane carismatico liberale-democristiano sta per diventare il Segretario di quel partito che dovrebbe essere il figlio del Partito Comunista Italiano. Perché, parliamoci chiaro, Renzi ha sicuramente la stoffa del leader, è giovane, è riuscito da solo a raccogliere tutto il consenso che ha e probabilmente merita di diventare premier; proprio grazie a quella moderazione innovatrice di cui fa il suo cavallo di battaglia infatti riesce a raccogliere molti più favori nell’humus italiano di quanto potrà mai fare qualcuno con una linea politica più categorica. Detto questo, però, quello che è profondamente contro natura è che il giovane moderato centrista debba dettare la linea a un partito che per costituzione deve incarnare il pensiero e la politica di sinistra nel nostro paese, a costo di restare all’opposizione.

E tutto questo è il frutto di una dirigenza che pur di restare sul pezzo, pur di non perdere potere, pur di stare al governo, nonostante sapesse quello che faceva, tra primarie a orologeria, larghe intese, assenteismo decisionale è stata disposta a snaturare del tutto il proprio partito e la propia storia. E non basta adesso qualche polemica o qualche stoccata al caro Matteo per riprendersi l’identità. Le cose andavano fatte quando andavano fatte. Capito D’alema?