Ancora una volta, difendo l’indifendibile. Mi batto per Mike Tyson, da campione del mondo dei pesi massimi a soli 21 anni, il più giovane nella storia del pugilato, a reietto umano. Lo difendo da vent’anni da quando quella montagna di muscoli sospesa a mezz’aria sopra di me, era pronta a balzare. Non è stato facile tenere a bada quei 110 chili massicci senza un millimetro di grasso. E non parliamo poi del collo, che con i suoi 63 centimetri di circonferenza che (quando si gonfia nella tensione del combattimento) mi faceva pensare a un baobab animato. Avrebbe fatto di me carne da macello. Mi sento di rivivere la “Bella e la Bestia”, dove io, ovviamente, sono la bestia, per trovarmi in una situazione del genere.

Piromallo-Tyson
Invece Mike si alza. Ha fame, va a farsi un hamburger. Tiro un sospiro di sollievo. Sono salva. Ma solo per poco. Ritorna, si spoglia, si mette di nuovo in slip e kimono. E mi chiede se può dormire con me. Cosa faccio urlo? Sveglio la madre? Invece lui mansueto come un agnellino si infila nel letto e piomba in un sonno profondo. Vorrei correre ad accendere un cero a San Gennaro.

Un passo indietro. Sono a New York per uno stage al Corriere della Sera. E voglio intervistare Tyson, già icona planetaria. Da bad boy di Brooklyn finisce in riformatorio. Cus D’Amato, che diventerà poi il suo allenatore, lo vede far pugni e dice che il ragazzo ha talento. Lo tira fuori e incomincia a plasmare il futuro campione. Al suo primo incontro gli danno 500 dollari. Tre anni dopo guadagna 15 milioni di dollari a match, era già diventato una multinazionale vivente. “E 500 dollari oggi li spendo per comprarmi un paio di scarpe”, mi dice mentre mi mostra il suo guardaroba che, a parte i calzoncini che mette sul ring, è tutto con le firme Valentino e Armani.

Sono nella sua casa in Connecticut e lo bombardo di domande. Mi presenta la madre adottiva, Camille, la moglie di Cus. Cucino per entrambi un piatto di spaghetti. In realtà lui da solo fa fuori mezzo chilo. Si è fatto tardi e non ci sono più treni per New York. “Puoi dormire da me, se vuoi?”, mi chiede con quella voce quasi infantile con la “s” sibilante che si infila tra i due incisivi d’oro, ricordo di un passato Ko, che contrasta con quella possente muscolatura. Non ho scelta e, non avendo portato nulla, mi dà un suo kimono (ne ha una collezione).

Una volta Mike venne a prendermi in ufficio in una di quelle stretch limousine, lunghe nove metri con vetri affumicati, minibar, televisione e autista in livrea che in America sono l’emblema circolante del successo. Un’altra volta si presentò a casa mia, all’improvviso. Voleva portarmi a ballare e si arrabbiò, quando rifiutai il suo invito. Come se fosse sul ring mi mise in un angolo e allora io gli dissi: “Picchiami, picchiami, fammi ricca”. Lui, invece, si mise a ridere. Così mi raccontò Maurizio Bertè (onore al merito) sulla pagine di King (l’allora direttore era un geniale Vittorio Corona, sì, il padre di Fabrizio).

È appena uscita negli States una biografia di Tyson “Undisputed Truth” (Verità all’unanimità) e un film documentario che porta la regia di Spike Lee. Dalle stalle alle stelle e poi di nuovo un tonfo precipitoso. Emarginato, disprezzato, l’ex campione precipitava in un gorgo fatto di droghe, alcool, sesso sfrenato, soldi e cazzotti. Denunce di stupro e carcere. Un patrimonio di svariati miliardi dilapidato. Banale dire che è stato vittima della società degli eccessi. Cus D’Amato gli diceva: “Tu puoi devastare il mondo”. Invece il mondo ha devastato lui. Twitter@piromallo