L’Irlanda prova a rinascere e vuole farcela da sola, basta con la troika Ue-Bce-Fmi e niente sostegno dal Fondo salva Stati Esm. Per l’Italia non è una buona notizia. La Tigre celtica è stata travolta nel 2008 dalla crisi delle sue banche, salvate da uno Stato che ha visto il debito pubblico passare dal 36 per cento del Pil nel 2007 all’86 per cento del 2012.

Nel 2010 Dublino ha chiesto il salvataggio europeo tramite il fondo salva Stati Efsf: 85 miliardi per un Paese che non poteva finanziarsi al tasso da strozzinaggio chiesto dal mercato, il 7 per cento. In tre anni di sacrifici l’Irlanda ha rimesso in discussione tutto tranne la tassazione agevolata che le permette di fare dumping fiscale attirando la sede delle grandi multinazionali, che così sottraggono gettito ai Paesi in cui operano (tipo l’Italia). Oggi la ex-Tigre celtica è l’allieva prediletta delle istituzioni europee: nel 2013 il suo deficit è al 7,4 per cento, il prossimo anno sarà il 5 e quello dopo l’agognato 3 fissato da Maastricht, la crescita è ripartita (piano), +0,5 quest’anno, +1,7 e +2,5 in quelli successivi. Sui mercati lo Stato si finanzia alla metà del tasso di cinque anni fa, un comodo 3,5 per cento. Per Bruxelles il fatto che il tasso di disoccupazione resti molto alto, nel 2015 sarà ancora l’11,7, è un dettaglio secondario.

Il premier Enda Kenny ha annunciato che, quando a dicembre 2015 l’Irlanda uscirà dal programma di aggiustamento, non chiederà la “linea di credito precauzionale” dal fondo salva Stati Esm. Cioè quello strumento che in Italia abbiamo sempre chiamato“scudo anti-spread”, un intervento di sostegno dal fondo salva Stati con acquisti di titoli di debito sul mercato secondario (o direttamente alle aste) come premio ai Paesi che hanno fatto le riforme, senza sottoporsi alle richieste umilianti e terribili della troika. L’intesa al Consiglio europeo di giugno 2012 e poi le operazioni OMT annunciate dalla Bce di Mario Draghi prevedevano la possibilità anche per i Paesi virtuosi, ma con conti difficili (l’Italia), di beneficiare di un sostegno europeo presentandolo ai mercati come un premio, invece che un salvataggio. Alla Bce non sarebbe dispiaciuto chel’Irlanda chiedesse la linea di credito: tutta l’architettura di difesa dell’euro di Draghi ne sarebbe uscita rafforzata. Invece niente. Lo “scudo” è soltanto quello che si temeva: non quadro di premi e punizioni, ma un piano di emergenza che, in caso di utilizzo vero potrebbe rivelare le sue fragilità.

Un bluff che è meglio non andare a vedere. La mossa dell’Irlanda lascia quindi l’Italia più scoperta, la fragile corazza che ci eravamo illusi di avere attorno è carta velina. Per fortuna i mercati, distratti dalla liquidità immessa dalle Banche centrali, sembrano non essersene accorti.

Twitter @stefanofeltri

il Fatto Quotidiano, 20 Novembre 2013