Il Giappone non sarà più il paradiso degli 007 di tutto il mondo. Entro il 22 novembre prossimo, infatti, il governo giapponese, guidato dal ‘falco’ nazionalista Shinzō Abe, sottoporrà al voto della Camera dei rappresentanti la Legge sulla protezione di segreti specifici (tokutei himitsu hogo hōan). Una legge che renderà i segreti del governo di Tokyo meno accessibili, ma che, dicono gli oppositori, mina dalle fondamenta la democrazia del Sol levante.

Il 24 ottobre scorso, i ministri del governo giapponese hanno trovato l’accordo sulla proposta di legge che aumenterà le misure punitive contro chi rende pubblici segreti di stato. Il testo della proposta identifica quattro aree di competenza: difesa, diplomazia, antispionaggio e prevenzione del terrorismo. Le informazioni considerate lesive della “sicurezza nazionale e dei cittadini” potranno essere definite “segreto specifico” dai ministri del governo – e non più solo dal ministero della Difesa – e segretate per cinque anni con la possibilità di proroga fino ad un massimo di trent’anni. 

Se la legge entrerà in vigore, chi rivelerà informazioni protette da segreto si vedrà comminata una pena fino a un massimo di cinque anni di reclusione. Dal governo di Tokyo fanno sapere che la misura è pensata in risposta all’accentuarsi delle tensioni con i paesi vicini nell’area estremo asiatica (in modo più specifico Cina e Corea del Nord). Obiettivo di Shinzō Abe è quello di costituire un Consiglio Nazionale di Sicurezza sul modello americano e avere così un controllo più diretto dell’apparato di difesa del suolo nazionale.

E se anche l’ultima modifica, figlia di un confronto con alcuni partiti di opposizione aperti alla proposta di legge, andrà in porto, il primo ministro potrebbe diventare anche la “parte terza” che avrà il compito di supervisionare la scelta su quali informazioni diventeranno “segreti” e quali no. Una scelta definita “assurda” da un parlamentare del Partito della restaurazione, formazione conservatrice e ultranazionalista che pure ha discusso con la maggioranza delle possibili modifiche al testo della proposta.

La nuova legge si sarebbe resa necessaria per le numerose proteste degli alleati (Usa in primis) contro la notoria “permeabilità” di informazioni riservate della burocrazia nipponica che negli anni della guerra fredda ha reso il Giappone il “paradiso delle spie”. La definizione fu coniata da Yasuhiro Nakasone, l’ultimo primo ministro che nel 1985 tentò di far approvare una legge sul segreto di Stato, senza successo. Allora fu il “diritto di sapere” a trionfare. Lo stesso diritto che oggi le associazioni della stampa, degli autori e degli avvocati mettono in cima alle priorità contro l’operato del governo.

L’approvazione della legge non segnerà la fine del paradiso delle spie, ma semplicemente del diritto dei cittadini giapponesi di essere informati. L’associazione per la stampa libera (la Jiyū hodō kyōkai) in un appello sul suo sito ricorda il ruolo indispensabile del giornalismo in un paese che è scivolato dal 22esimo al 53esimo posto nel ranking di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa. E c’è addirittura chi, come il parlamentare indipendente Tarō Yamamoto, parla di “coup” del governo e della burocrazia.

Ma il timore che inizia a serpeggiare nell’opinione pubblica giapponese è che la legge possa essere usata dal governo anche per nascondere informazioni “scomode” sulla crisi di Fukushima e sulla conseguente contaminazione ambientale da materiali radioattivi. Troppo è già stato occultato anche senza una legge ad hoc. Ora i giapponesi vogliono vederci chiaro.

di Marco Zappa