Pubblico volentieri un pensiero dedicato da Vittoria Tola dopo i funerali di ieri di Tempio Pausania a tutti coloro che hanno vissuto la realtà del tifone. Per l’occasione Vittoria ci ricorda lo scritto di un uomo speciale, sardo come lei, Antonio Gramsci. Fu proprio lui a scrivere con conoscenza di causa un testo nel 1916 sulla testata “Avanti”, quasi cento anni fa, in cui si parla di una situazione che potremmo dire identica a quella che tra Nuoro e Olbia si vive oggi. Come è possibile che ancora così poco sia cambiato?

Dedicato alle donne, ai bambini e agli uomini morti in terra di Sardegna per un evento meteorologico che si è abbattuto su una terra martoriata e distrutta dagli uomini. Una tragedia che non è stata una fatalità ma la conseguenza logica di una devastazione ambientale e dell’abbandono di un territorio e delle sue comunità. Un caos provocato dalle autorità come scriveva  Antonio Gramsci quasi cent’anni fa consapevole del nesso ambiente- lavoro che crea o distrugge ricchezza. Una tragedia che viene da lontano e che noi non abbiamo combattuto ma aggravato con lo sfruttamento del territorio e la cementificazione selvaggia e che oggi paghiamo innocenti e colpevoli. Dedicato quindi a chi in questi giorni di dolore e di fatica sovrumana piange quanto ha perduto e si interroga sulle ragioni e sui torti che hanno permesso tutto questo e si impegna perché non succeda mai più, almeno per responsabilità umana e politica. Di politici che tutti scegliamo.”

di Vittoria Tola  

Menti Inferme, pubblicato con lo stesso titolo, non firmato, in Avanti! (ed. piem.), 19 febbraio 1917, ora in A. Gramsci, Scritti giovanili. 1914-1918, Torino, Einaudi, 1958, pp. 89-90.

Ci sono molte menti inferme in Italia. Torino ne ha la sua buona parte, ed esse trovano naturalmente nella Gazzetta del Popolo il più sostanzioso pascolo di ghiande. Il signor Sebastiano Lissone, di professione uomo pratico, non è dei meno sognanti ad occhi aperti. L’utilizzazione dei piccoli spazi incolti gli fa già vedere un raccolto di fagioli e patate da ovviare in gran parte alla carestia attuale. E siccome sogna ad occhi aperti, si libera dalle facili obiezioni degli scettici (che non sono scettici, ma hanno delle cose una visione realistica) con una semplicità degna di miglior fortuna. Per lui è una leggenda che esistano in Italia vaste estensioni di terreni incolti suscettibili di coltivazione proficua, perché, dice, l’Italia non è un paese con molte terre incolte, ma piuttosto con molte terre coltivate male. E così il signor Lissone fa una confusione comodissima. Confonde le terre incolte, di cui tanto si parlava prima della guerra (e per questo lato egli può aver ragione), con le terre già coltivate e che oggi, per mancanza di braccia, sono lasciate in abbandono. Pensare di sostituire il lavoro di qualche milione di agricoltori, professionisti, con la coltivazione dei margini stradali, ecco ciò che è sommamente ridicolo, e cui il signor Lissone dovrebbe cercare una giustificazione economica e politica.

Diamo un esempio che calza a meraviglia. Abbiamo avuto una lunga conversazione con un amico ritornato ultimamente dalla Sardegna, una regione d’Italia che è completamente agricola. La Sardegna ha avuto nel 1916 una gravissima crisi, ed un’altra ne sta subendo in questi giorni. Nell’estate del 1916 la Sardegna fu mezzo invasa da incendi spaventosi che distrussero la parte di raccolti non ancora mietuti, distrussero chilometri e chilometri quadrati di bosco, assediarono intieri villaggi, carbonizzarono migliaia di capi di bestiame grosso e minuto. In questi giorni la Sardegna è stata allagata da alluvioni torrentizie che invasero villaggi, interruppero linee ferroviarie, fecero deragliare i treni, e sommersero e imputridirono i seminati.

[Cinquanta righe censurate]

Tutto ciò è avvenuto in Sardegna per il caos creatovi dalle autorità, dai provvedimenti governativi. Ed a questa distruzione di ricchezza, a questa mancata produzione di ricchezza i sofi balordi vorrebbero sopperire col coltivare i pezzetti di terreni incolti, i giardini pubblici, le piazze d’armi, mentre contemporaneamente le terre sempre coltivate, le terre educate dalle culture metodiche degli agricoltori di professione, o rimangono abbandonate o vengono rapinate dalla furia degli elementi. E con questo cambiar di lato, che gli fa fare sogni strabilianti, l’infermo crede di aver trovato finalmente la via della salvezza.