Questa mattina provo, per la prima volta sulla pelle, l’occupazione della scuola di Diletta. Mi avverte un’altra mamma che a sua volta è stata chiamata dall’assistente della propria figlia. Mi informa in buona sostanza che la scuola è occupata: professori, assistenti, collaboratori, tutti fuori.

Decido di capire, vado comunque a scuola. Scopro uno schieramento di adulti fuori dal cancello. Entro, e scopro altro schieramento che vocifera leggi personali del pianeta dell’ignoranza. Scorgo ragazzi che vanno via e tra di essi molti minorenni. Un folto numero rimane. Una mamma chiama la polizia di Stato. Lo faccio anch’io. Devo capire questa nuova dinamica. Trascorrono circa due ore di fotografia della nostra Italia: forze dell’ordine che riscontrano l’oggettiva grave discriminazione mentre si duella sullo scarico delle responsabilità che tocca la disabilità. Emerge il quadro che vi riporto:

  1. Insegnanti di sostegno che comunicano di aver adempiuto al loro dovere avvisando per mezzo degli assistenti o in prima persona i genitori. Ma solo quelli di alunni con disabilità. Gli altri minori sono sorvegliati (speciali loro questa volta)

  2. Alunni con disabilità grave e minori possono entrare e dovrebbero essere lasciati in custodia di altri alunni, per lo più minorenni perpetrando un regolarissimo abbandono di minore in condizione di grave disabilità.

  3. Arriva dopo un po’ la Dirigente Scolastica che tenta una mediazione ovviamente fallita. Tentenna un po’ nel perseguire la via dello sgombero consapevole delle conseguenti denunce e delle successive responsabilità

  4. Auto gestione, cogestione, occupazione: ognuno gioca a dire la sua verità legale mentre gli alunni con disabilità vengono spinti di fatto fuori dalla scuola.

  5. Gli assistenti che perdono le ore stiano tranquilli: si recuperano. Non fa nulla se tre ore erano sufficienti. Ne avranno 5 per garantire la paga meritata.

  6. I professori vanno a casa, e in molti sembrano più che soddisfatti e a mio avviso giocano malamente sulla ipocrisia manifesta dell’appoggio alle ragioni degli allievi. Infatti, a mio parere potrebbe invece essere appoggiato qualsiasi fatto che consenta la fuga regolarmente pagata .

  7. Inizio una discussione accesa dove faccio presente che la libertà individuale finisce ove compromette quella del prossimo. Questo assunto piace poco.

Termino la mia permanenza con una richiesta: prendere le 18 ore di assistenza di Diletta, unirle a quella della sua compagna e garantire una copertura a casa. Un giorno da una e un giorno dell’altra, costruendo un bel progetto di relazione e confronto magari andando per mostre, dipingendo, realizzando un video sulla storia di qualche occupazione. Dita puntate, delle mani e dei piedi: mi sento rispondere il coro italiano che chiedo di privatizzare. Mi rimproverano dicendomi che mia figlia deve stare a casa. Paragonano il mancato diritto allo studio di Diletta con quello di ragazzi che possono scegliere.

Mi infurio e mi viene detto che dinanzi agli alunni non devo dire queste cose: mi accendo ancora di più: Che cosa? Se sono abbastanza grandi per occupare devono sapere bene cosa producono. Perché non lo sanno. Medito una forte provocazione: entrare a scuola chiedere a qualche volontario di salire su una sedia a rotelle, di coprirsi gli occhi e di non parlare e poi di simulare di non poter né capire bene né muovere le mani. Una ventina di minuti basterebbero. Capirebbe già di più. Poi vorrei parlare loro e spiegare quello che chi era titolato a farlo non ha mai fatto: la giornata tipo di un loro coetaneo disabile grave. Ma non la lagna del pietismo. La semplice realtà. La gioia e il dolore. Vorrei far capire loro che accanto all’alunno con disabilità non entrano professori e assistenti, ma pezzi mancanti dell’identità che fungono da voce, da occhi o da gambe.

Poi vorrei dire loro che le loro lotte non hanno senso se discriminano al pari della casta.  Conoscono come vengono assegnati gli insegnanti di sostegno? E gli assistenti? E come si formano gli orari? E le aspettative? Hanno mai pensato che se a loro serve il laboratorio x, i fondi degli alunni con disabilità spesso servono a comprare la carta igienica? Occupare la scuola è reato. Però si fa. Discriminare è reato. Però si fa. E se invece usassimo l’occupazione per integrare? Servono genitori coraggiosi, o forse immaturi, o forse folli. Ma quanti genitori ora siedono convinti di avere i figli a scuola e invece hanno figli usciti senza nessun controllo?

E quanti di questi ragazzi che occupano conoscono gli strumenti legali per difendere concretamente i loro diritti? E quanti di questi ragazzi sono consapevoli che così facendo agevolano chi li vuole schiavi della società? Ridotti al baratro dell’ignoranza che porta schiavitù mentale. Sono indecisa: vorrei andare e mettermi in prima linea. Farli riflettere. Sono allo sbando, circondati da informazioni confuse, errate e ipocrite. Malamente ipocrite e soprattutto subdole. Che occupino se è il loro credo, ma devono farlo con consapevolezza reale. La scuola non ha polso. Loro non avranno polso. Mi chiedo: tutto questo meccanismo anti educativo e di politica indottrinante al contrario, dove porterà?